LA STORIA

Una pittrice musulmana del Bangladesh ha commentato le stazioni della Passione.

RITAGLI   Via crucis con arte islamica   MISSIONE BANGLADESH

La giovane Soraja non copia i quadri occidentali
e spesso non raffigura il volto di Cristo:
«È difficile per me dipingere la faccia di uno che soffre ingiustamente,
senza esprimere rabbia e odio, ma pace e serenità».

Gerolamo Fazzini
("Avvenire", 14/4/’06)

«Nel dono totale di sé porta il peso del dolore; cammina da solo in vesti rosse, in silenzio ed a capo chino». E ancora: «Mesto, cammina nella visione delle rive dell'infinito; supplicando, procede in silenzio senza guardare indietro». Rapide frasi intrise di poesia commentano altrettanti quadri di una singolare Via crucis dipinta da lei stessa: ne è autrice un'artista del Bangladesh, di nome Soraja. Una donna di fede musulmana che, davanti allo "spettacolo" di un amore infinito, il gesto umanamente incomprensibile dell'Uomo dei dolori, si commuove e si lascia interrogare. La cosa è tanto più sorprendente se si pensa che i musulmani - com'è noto - non identificano Cristo nel Crocefisso. Per loro Issâ (com'è chiamato Gesù) è un grande profeta, ma non può aver conosciuto la morte sulla croce perchè Dio non abbandona il suo fedele. Gesù, dunque, sarebbe sfuggito alla morte facendosi sostituire da altri (sura IV di An-Nisà). Ad avvicinare Soraja al "mysterium crucis" è stato un missionario del Pime, padre Adolfo L'Imperio, classe 1930, in Bangladesh da ben 37 anni. Il sacerdote si rivolse alla pittrice anni fa, nel tentativo di trovare qualcuno che potesse tradurre in arte bengalese la tematica religiosa. «Alcuni di coloro che avevo interpellato non facevano altro che copiare da quadri europei. Lei fu la prima persona che comprese e realizzò quanto cercavo». Nasce così l'originale Via crucis che decora la cappella della casa del Pontificio Istituto Missioni Estere a Dinajpur, nei pressi della cattedrale dedicata a san Francesco Saverio. Quattordici stazioni "reinterpretate" dalla musulmana Soraja, senza molto scostarsi dalla tradizione. Un'interpretazione che ha lasciato il segno nello stesso missionario. «Le riflessioni di Soraja sulla Via crucis, anche se da parte di una persona di religione musulmana, mi hanno colpito. Per questo ho deciso di usarle, per farvi i miei auguri per la Pasqua», scrive in un'occasione padre L'Imperio ai suoi amici e benefattori. Un particolare che subito balza all'occhio: Soraja non ha dipinto il volto dì Cristo in tutte le 14 stazioni. «È difficile per me - spiega infatti l'artista - esprimere il volto di uno che soffre ingiustamente perché la reazione naturale umana è rabbia, odio. Cristo, invece, nella sofferenza ha dato pace e serenità. Nei quadri in cui si vede il suo volto, esso è sereno, ad esempio quando incontra la Madre, le donne e la morte in croce. Le altre volte è sempre dipinto di spalle». Padre L'Imperio precisa che la stessa «Soraja ha avuto una vita sofferta ed è stata malata per lungo tempo». Forse proprio questo le ha consentito di immergersi nelle profondità misteriose della sofferenza e attingere all'essenziale. Lì, a tu per tu con le grandi domande dell'esistenza, corpo a corpo con l'esperienza del male, l'uomo è costretto a spogliarsi di tutto ciò che è secondario, delle maschere che porta. Commenta il missionario italiano: «Quando Soraja dipinge Maria, la rappresenta come una donna giovane dagli occhi grandi e belli, seria e senza gli ornamenti che le donne bengalesi usano portare (collane, braccialetti...). Maria non ha chiuso gli occhi di fronte al mistero del Figlio, specie quando le ha dato dolore, ma ha affrontato la realtà con coraggio, rinunciando volontariamente a quanto, normalmente, hanno gli altri. Sul quadro si intuiscono i segni degli ornamenti, ma non sono stati dipinti». Per realizzare la "sua" Via crucis l'artista ha voluto leggere il Vangelo «per poter esprimere dall'interno - così ebbe a spiegare - qualcosa di vivo». E, dopo averla realizzata, andò a spiegare l'esito del suo lavoro ai seminaristi cattolici. Rileggendole oggi, anche le brevi didascalie che accompagnano i 14 quadri risultano cariche di suggestioni. Così, ad esempio, Soraja commenta la crocifissione: «Elevato allarga le braccia lungo il tramonto rosso di dolore; chinato il capo chiede benedizione sul dono della vita». Un certo afflato poetico affiora anche nei brevi testi relativi alle ultime "stazioni". Scrive Soraja: «Alla fine del dolore l'Immortale scende nel seno della Madre; visioni e speranze immerse nel sonno eterno». E commentando la sepoltura: «I gigli della notte versano profumo uniti tutti in un canto di lode; scintille di luce gli si fanno accanto sulla via delle stelle lontane».