IL LEADER CINESE
NEGLI USA
Più che le parole pesa il
silenzio ![]()
Gerolamo
Fazzini
("Avvenire", 22/4/’06)
Della visita del presidente
cinese Hu Jintao negli Stati Uniti, conclusasi ieri, più che le parole
resteranno nella memoria alcune immagini. E un imbarazzato (e imbarazzante)
silenzio sui diritti umani.
Il presidente americano ci ha provato a stanare il suo interlocutore: «La Cina
- ha detto rivolto a Hu - può crescere con maggior successo concedendo libertà
di riunione, di espressione, di lavoro e di culto». Al suo omologo cinese Bush
aveva già indirizzato un messaggio simile nel corso del suo viaggio cinese lo
scorso novembre: «È importante - aveva ingiunto - che in Cina crescano le
libertà sociali, politiche e religiose. Noi incoraggiamo la Cina a continuare a
compiere una storica transizione verso una più grande libertà».
Ma in entrambi i casi, le invocazioni libertarie sono cadute nel vuoto. Se sulle
questioni internazionali e sui nodi commerciali che oppongono i due Paesi i
rispettivi leader hanno trovato un tavolo d'intesa, sui diritti umani invece si
registra un abisso che, sin qui, appare incolmabile. L'argomento è tabù, non
entra nell'agenda. Resta il grande assente.
Per queste ragioni, c'è un'immagine che volentieri Hu Jintao eliminerebbe dal
suo album americano. È quella dell'attivista del movimento spirituale Falun
Gong, riuscita nell'impresa di interrompere il suo discorso durante la cerimonia
di benvenuto nel giardino della Casa Bianca. La visita di Hu, in verità, è
stata costellata di manifestazioni di protesta da parte di vari gruppi: cinesi
di Taiwan, dissidenti tibetani, organizzazioni per i diritti civili e la
libertà di religione. A riprova del fatto che le ferite aperte sono più d'una.
E pensare che il film del viaggio si era aperto con una serie di istantanee di
tutt'altro segno: Hu Jintao che indossa il berretto della Boeing (il colosso
americano ha appena venduto alla Cina ottanta 737); poi, lui che sorseggia una
tazza di caffé Starbucks in compagnia del presidente dell'omonima catena che in
Cina ha aperto la bellezza di 400 locali. E ancora: l'uomo forte di Pechino a
fianco di Bill Gates nella sede della Microsoft. Non è un caso che la visita di
Hu abbia avuto Seattle come prima tappa, la Silicon Valley: le multinazionali
informatiche guardano al dragone cinese come a un immenso, promettente mercato
e, pur di conquistarlo, non esitano ad adeguarsi alle ferree regole con cui
Pechino controlla Internet.
«Business is business», insomma. E pazienza se in meno di due anni oltre 80
persone (un record mondiale) sono state arrestate in Cina per aver espresso
opinioni politiche su Internet. Tutto ciò è avvenuto grazie anche alla
connivenza delle aziende informatiche e alle tecnologie da loro fornite
all'apparato di Pechino per passare al setaccio la Rete. Non più tardi di ieri
il direttore esecutivo di Skype ha confessato che il partner cinese dell'azienda
filtra i messaggi vocali del programma.
Ebbene. Se c'è una volontà seria, da parte occidentale, di aprire maggiori
spazi di libertà in Cina, i mezzi non mancano e l'arma commerciale può
rivelarsi una risorsa importante da giocare. In vista del viaggio di Hu, le
autorità di Pechino avevano accettato, accollandosi oneri non indifferenti, la
richiesta americana di un giro di vite contro la pirateria informatica che
danneggia pesantemente gli interessi Usa. Per creare spazi di libertà maggiore
in Cina occorrerà in futuro che, accanto alle necessarie insistenze sul piano
politico-diplomatico, si operi con altrettanto rigore in ambito economico e
commerciale. Ma, se la libertà ha un prezzo, tutti dobbiamo essere disposti a
pagarla.