SCENARI ASIATICI

Chi rischia di più sono le minoranze indù e cristiana,
tradizionalmente vicine all’opposizione.
Anche le Ong occidentali costituiscono già un bersaglio.

RITAGLI   Bangladesh: l’islam a rischio radicalismo,   MISSIONE BANGLADESH
cresce il ruolo delle madrasse

Uno dei più popolosi Paesi musulmani sta sperimentando un’ondata di estremismo,
dovuta soprattutto alla predicazione di "missionari" che giungono dal Medio Oriente,
insieme con ingenti finanziamenti per la costruzione di nuove moschee.

Gerolamo Fazzini
("Avvenire", 9/5/’06)

Quando si parla di estremismo islamico, in genere il Bangladesh non rientra fra gli "osservati speciali". In realtà, una progressiva e pericolosa avanzata del fondamentalismo si sta verificando anche lì, toccando gangli vitali del Paese. «Da qualche tempo è in atto una specie di "seconda islamizzazione" – spiega un missionario europeo, da anni in Bangladesh – . Se infatti l’islam arrivato nel sub-continente indiano è prevalentemente "sufi", ora è in atto un tentativo di recuperare il Bangladesh all’ "ortodossia". Di qui la presenza crescente, anche se discreta, di "predicatori" provenienti dal Medio Oriente e un flusso ingente di fondi, destinati alla costruzione di moschee e scuole coraniche». Non c’è allarmismo nelle sue parole, ma preoccupazione sì; ed è anche per questo che chiede l’anonimato. Nel corso del 2005 – secondo il bilancio stilato dall’agenzia "Asia News" – sono stati oltre 240 gli attentati dinamitardi compiuti in Bangladesh ai danni di attivisti politici, giudici, giornalisti ed esponenti del governo. Nonostante gli sforzi di Dacca e l’aumento dei controlli effettuati dal "Rapid Action Battalion" (una speciale "task force"), la violenza non si arresta: in 10 distretti del Sud-Ovest sono esplose almeno 175 bombe, che hanno ucciso 13 persone e ferite 100. Il gruppo più potente nell’area, lo "Janajuddho" (una fazione del "Purbo Banglar Communist Party", che è stato bandito), ha rivendicato la responsabilità di una cinquantina di attentati. Ma nell’area sono attivi – secondo le stime della polizia locale – ben 11 partiti fuorilegge e una ventina di bande criminali. Negli ultimi anni il governo ha lanciato almeno 25 operazioni speciali per sradicare i gruppi fuorilegge; tuttavia la maggior parte di esse s’è rivelata inefficace. Le autorità si giustificano con la carenza di informazioni di "intelligence", mentre i partiti all’opposizione accusano il governo di non fare abbastanza e, anzi, di essere complice – in alcune occasioni – degli stessi militanti islamici. La comunità internazionale, sin qui, non sembra aver dato grande peso all’allarmante situazione di quello che pure – già oggi, con i suoi 150 milioni di abitanti – è uno dei maggiori Paesi musulmani al mondo. Il Bangladesh fa notizia solo quando, come è avvenuto nell’agosto scorso, si verificano 500 esplosioni simultanee. In realtà, è da anni che il Paese è segnato periodicamente da una raffica di attentati di militanti islamici. Che ha conosciuto una recente recrudescenza, in coincidenza con l’ingresso nella coalizione di governo del "Jamaat-Islam", il partito islamico più radicale. L’impressione diffusa è che il partito abbia messo i suoi uomini nei posti-chiave del sistema educativo: università e "madrasse". Il quadro politico, intanto, si va facendo incandescente. In ottobre il governo dovrebbe consegnare i poteri ad un’amministrazione "ad interim" (non eletta), che organizzerà le elezioni, previste per gennaio 2007. Per timori di manipolazioni da parte dell’alleanza al governo, guidata dal "Bangladesh Nationalist Party" (Bnp), l’opposizione chiede che l’amministrazione provvisoria venga nominata sulla base di un consenso parlamentare. La situazione è tuttora fluida e anche di recente si sono avute tensioni e proteste di piazza. Fortunatamente, però, il Bangladesh può contare su due fattori che, in qualche misura, potrebbero rivelarsi altrettanti preziosi "ammortizzatori": il Paese dipende in modo pesante dagli aiuti esteri (Banca mondiale e Unione europea, cui si aggiunge una notevolissima presenza di Ong straniere); i fondamentalisti e i loro aperti sostenitori sono ancora pochi. Inoltre, la società civile del Bangladesh conta forze democratiche e moderate che possono aiutare ad isolare tali tendenze. Nel dibattito pubblico queste voci si fanno già sentire. Nel dicembre scorso, numerosi leader religiosi musulmani hanno condannato gli attentati, definendoli «contrari all’islam» e invitando la gente in piazza dopo la preghiera del venerdì. Chi rischia di più sono le minoranze non musulmane: indù e cristiani tradizionalmente votano il partito all’opposizione, un elemento che fa aumentare il timore di attacchi o intimidazioni. Anche per gli stranieri non è certo un bel momento. Le Ong occidentali sono già divenute un bersaglio dei gruppi estremisti. A riprova di ciò, c’è da ricordare che sul luogo di un’esplosione avvenuta il 2 ottobre scorso è stato rinvenuto un documento, significativamente intitolato «Invito al jihad islamico», che enumera una serie di inviti espliciti a funzionari governativi, polizia, giudici e Ong per sollecitare un’applicazione rigorosa della legge islamica. Altri messaggi, trovati sui luoghi di alcune delle bombe di agosto, chiedevano l’espulsione di Ong straniere, perché ritenute «impegnate in attività anti-islamiche nei Paesi musulmani». La speranza è che a prevalere siano le forze moderate: l’ultima cosa di cui il Bangladesh ha bisogno è di una deriva estremista e del conseguente isolamento politico internazionale.