CINA
RITAGLI
 
Li Du'an, un vescovo con le stigmate della sofferenza  SPAZIO CINA

MONS. ANTONIO LI DU' AN.

Gerolamo Fazzini
("Mondo e Missione", Maggio 2006)

Ho incontrato il vescovo Li Du’an ai primi di luglio del 2005, insieme a un missionario del Pime, padre Mario Marazzi e a un parroco di Milano, don Davide Caldirola. È stato per tutti noi un momento intenso e commuovente. Considero quell’incontro un privilegio e non solo per il fatto che di lui - da più parti - si è detto e scritto che fosse il cardinale in pectore designato da Papa Wojtyla. Il fatto è che in quella mezz’ora di colloquio - nella sua camera disadorna, in episcopio - abbiamo avuto la sensazione di essere davanti a un grande uomo di fede. Da allora porto con me l’immagine di un uomo debole ma non arreso, affaticato ma non schiacciato, sofferente ma tutt’altro che vinto. Un’icona vivente della Chiesa cinese.
Non molto tempo prima del nostro incontro mons. Li Du’an aveva presieduto l’ordinazione di 4 diaconi, ma - ci raccontò - era stato costretto ad assumere antidolorifici prima della cerimonia: oltre al cancro diagnosticatogli un paio d’anni fa un misterioso male lo debilitava.
Armato di sconfinata pazienza e di una fede incrollabile, monsignor Li Du’an ha retto a lungo la diocesi nonostante il peso degli anni e della malattia. Una diocesi - quella di Xi’an - che, nonostante l’esiguità del gregge cattolico (circa 20mila fedeli), si è distinta per la vivacità delle sue iniziative, specie sul versante della formazione del clero e delle religiose. Li Du’an è pure stato amministratore apostolico di altre due confinanti, una delle quali (Sanyuan) segnata da una penosa diatriba interna. Il che conferma la stima che per lui hanno a Roma.
In effetti, il vescovo Li Du’an è considerato unanimemente, sia all’interno della Chiesa ufficiale, sia tra i fedeli "underground", una delle personalità più significative della Chiesa cinese.
L’umiltà è uno dei suoi tratti distintivi: basta citare le poche parole con cui liquida le ipotesi giornalistiche che lo identificano con il cardinale "in pectore" creato da Wojtyla: «So che il vescovo Zen di Hong Kong ha ipotizzato che fossi io, ma si tratta di una sentenza privata», ci dice, quasi bisbigliando, in un italiano che talora prende a prestito l’inglese. 
Più che il contenuto, è stato il clima del colloquio ad averci colpito. Monsignor Li Du’an ci aveva accolto di prima mattina in un’angusta stanzetta. Seduto sul letto, in veste informale, non temette di mostrarsi mentre si sottoponeva a un trattamento, con uno stimolatore fissato con una benda ad una gamba. Parlava a bassa voce, a fatica. Capelli cortissimi, volto tirato, affidò agli occhi le sfumature dei suoi brevi messaggi. Si capiva benissimo che cercava di dominare la sofferenza, ma non volle sottrarsi all’impegno concordato con i visitatori occidentali.
Ricordo che il colloquio si interruppe due volte, per l’arrivo improvviso di altrettante persone. Che qualcuno volesse controllare? Il dubbio sorge spontaneo; del resto proprio al piano inferiore della costruzione che funge da quartier generale della diocesi si trovano gli uffici della locale sezione dell’Associazione patriottica dei cattolici cinesi, l’organizzazione cui è affidata la mediazione tra la gerarchia cattolica e la leadership politica.
A chi di noi gli fece notare che, come san Francesco, egli portava le stigmate nel suo corpo, il vescovo risponde con un sorriso: «Eh, sì le stigmate… Io sono francescano nel cuore. Nel 1948 volevo entrare nei frati minori, ma non è stato possibile. Così, durante la mia ordinazione, avvenuta nel 1951, ho emesso i voti, che rinnovo ogni giorno».
Durante l’incontro, insieme con Li Du’an c’era anche l’attuale ausiliare, monsignor Antonio Dang Mingyan, di soli 39 anni (sarebbe stato consacrato vescovo il 26 luglio). Chiedemmo a Li Du’an un commento sulla nomina di Dang. L’individuazione del candidato è stata fatta dalla Chiesa - spiegò - in accordo, "de facto", col governo. «Oggi l’interferenza politica è minore», si lasciò scappare. E aggiunse: «La situazione della Chiesa rimane difficile, ma in generale si può dire che sia migliorata rispetto a qualche tempo fa». Un paio di anni fa in un’intervista a "Mondo e Missione" si era addirittura spinto a dichiarare: «Questo è il tempo migliore per l’evangelizzazione della Chiesa in Cina. Mai la gente è stata così aperta e favorevole alla fede cristiana».
Non ci fu il tempo di chiedere all’anziano pastore che ne pensa della nuova generazione di vescovi cinesi; alla stessa domanda, non molto tempo fa, aveva risposto con il suo proverbiale ottimismo che nasce dalla fede: «Fra dieci anni ci saranno solo vescovi molto giovani a guidare la Chiesa di Cina. Io non ci sarò, ma ho fondate speranze che essi faranno bene. E credo che il Signore li assisterà».