Una folla immensa ai funerali di Li Du'an, gigante della fede

RITAGLI   Nell'abbraccio dei cinesi la grandezza di quel vescovo   SPAZIO CINA

Gerolamo Fazzini
("Avvenire", 1/6/’06)

La grande folla che ieri ha seguito i funerali di monsignor Antonio Li Du’an, arcivescovo di Xi’an, morto di cancro il 25 maggio scorso, è la prova evidente non solo del prestigio personale, ma soprattutto dell’amore della Chiesa cinese per questo suo pastore, temprato al fuoco della persecuzione e della malattia. Oltre 20mila persone si sono radunate a Gongyi per le esequie (sarebbero state di più se le autorità non avessero bloccato le vie di accesso); diverse migliaia poi hanno voluto accompagnare la salma fino al villaggio natale. Quel caloroso saluto corale all’anziano vescovo è il segno che procede, seppur lentamente e non senza ostacoli, quel processo di riconciliazione fra Chiesa "ufficiale" e "clandestina" per cui egli si è a lungo battuto. «Un monumento vivente della Chiesa in Cina», ha definito Li Du’an il suo successore, il giovane vescovo mons. Antonio Dang Mingyan. Non è retorica. Con Li Du’an se ne va un gigante della fede, una persona che ha segnato la storia del cattolicesimo cinese nell’ultimo secolo. Perché, se formalmente apparteneva alla cosiddetta "Chiesa ufficiale" – era stato per anni anche vice-presidente del Consiglio dei vescovi cinesi (il corrispettivo "patriottico" della Conferenza episcopale, ovviamente non riconosciuta dalla Santa Sede) – Li Du’an si era però sempre distinto per la sua fedeltà al Papa e per la difesa della libertà religiosa. Per farlo aveva dovuto combinare, evangelicamente, la scaltrezza del serpente e la semplicità della colomba. Pagò – e cara – la sua fedeltà a Cristo: per tre volte dovette subire lunghi periodi di detenzione nei campi di lavoro, ma senza mai indietreggiare. Si deve a Li Du’an se la diocesi di Xi’an, nei 19 anni in cui lui l’ha guidata, è divenuta un punto di riferimento in tutta la Cina, se, dopo la Rivoluzione culturale (negli anni più bui della persecuzione la cattedrale era stata trasformata in fabbrica di dolciumi) la Chiesa è tornata ad essere visibile e dinamica in campo sociale. Chi scrive considera un grande privilegio aver incontrato quest’uomo, l’estate scorsa. Ci ricevette nella sua stanza disadorna, il fisico segnato dalla malattia, lo sguardo vivo, penetrante. Fu un colloquio breve, che ci consegnò l’immagine di un uomo piegato dalla sofferenza e dalle traversie, ma tutt’altro che rassegnato o vinto. Un’icona vivente della Chiesa cinese. Nella sua esistenza Li Du’an ha sopportato grandi sacrifici e privazioni. L’autunno scorso Benedetto XVI l’aveva invitato al Sinodo, ma non gli fu permesso di partecipare. Nutrì a lungo il desiderio di accogliere il Papa in Cina e si è addormentato in Dio senza vederlo realizzato, così come non ha potuto gioire per il ristabilimento delle relazioni diplomatiche tra Roma e Pechino, che a più riprese aveva auspicato. Si è detto e scritto che fosse il cardinale in pectore voluto da Papa Wojtyla nel Concistoro 2003 (ipotesi accreditata dallo stesso cardinale Joseph Zen). Quando glielo chiesi, lui svicolò, replicando – nel suo italiano da autodidatta – che quella di Zen era «una sentenza privata». Umiltà e coraggio: ecco i tratti distintivi di un uomo che in Cina già venerano come un santo. L’umiltà e il coraggio della fede. Pur conoscendo bene soprusi e discriminazioni a danno dei cristiani, non più tardi di due anni fa Li Du’an si era avventurato in una profezia che deve far pensare: «Questo – disse – è il tempo più propizio per l’evangelizzazione in Cina».