Per non sprecare l’occasione
di Verona ![]()
La Chiesa
italiana si prepara al Convegno.
La speranza è che sia un vero momento di ascolto
e di apertura al mondo e alla missione.
Gerolamo
Fazzini
("Mondo e Missione", Giugno-Luglio 2006)
Volessimo polemizzare, verrebbe
da dire che il titolo della Traccia in preparazione al Convegno
ecclesiale di Verona
va riformulato: «Testimoni di Gesù risorto, speranza dell’Italia», non
«del mondo». Leggendo il documento, infatti, ci troviamo molte preoccupazioni
tipiche della nostra Chiesa locale. In positivo, la voglia di raccogliere il
vissuto dell’uomo di oggi, rispondendo alle sue attese non a compartimenti
stagni, attraverso «strutture di competenza», bensì con un approccio
trasversale alla condizione umana. Una novità interessante.
Ma nella Traccia non si avverte abbastanza il respiro del mondo e della missione
universale. È come se la società multietnica e lo scenario mondiale, segnato
da migrazioni e inediti "mix" di civiltà, fossero ipotesi accademiche
e non una realtà che sta modellando il futuro. Come se la missione "ad
gentes" fosse solo un riferimento ideale, e non anche un cantiere di nuovi
modelli di Chiesa e di fraternità.
Non ci interessa la polemica. Vorremmo, invece, far presente l’urgenza che la
Chiesa italiana ascolti di più il mondo missionario e quest’ultimo sappia
rendersi più attento al cammino della Chiesa che è in Italia, in modo da
fecondarsi reciprocamente.
Non è una rivendicazione corporativistica, bensì la consapevolezza che il
«movimento missionario» rappresenta una forza viva e ricca di esperienze,
riflessioni e stimoli.
Gli istituti missionari hanno offerto un contributo di riflessione al cammino
verso Verona con un articolo sull’ultimo numero della rivista "Ad gentes".
Ne riprendiamo qui alcuni passaggi particolarmente efficaci.
In primo luogo ci pare giusto sottolineare l’auspicio che l’evento di Verona
sia un momento di autentico ascolto. Troppo spesso il discernimento comunitario
avviene sulla scorta di indicazioni pastorali calate dall’alto e poco attente
a interpretare, purificandole, le istanze della base. Anche noi, come "Ad
gentes", ci chiediamo: «È stato ascoltato a sufficienza il popolo di Dio?
È stata ascoltata la gente, anche quella che si ferma alle porte della
chiesa?». L’impressione è che anche all’interno della Chiesa non ci si
ascolti abbastanza. Ascoltare e ascoltarsi, alla luce della medesima Parola che
tutti illumina, non è mai tempo perso.
Un secondo elemento. Gli istituti missionari fanno un’affermazione impegnativa
quando dicono: «"Gesù Risorto speranza del mondo" è quanto siamo
mandati ad annunciare. Ne siamo "testimoni" anzitutto fra le genti.
Riverberiamo quindi sulle nostre Chiese di origine - quelle da cui siamo inviati
- la forza che i convertiti al Vangelo trovano in Gesù Signore». Un’affermazione
impegnativa alla quale, però, essi stessi non sempre sono fedeli, presi dall’urgenza
della denuncia «sociale». Troppo spesso i missionari hanno l’impressione di
essere ascoltati solo se si lanciano in filippiche "anti-qualcosa".
Così, al racconto del Vangelo che si fa vita, alla testimonianza dei convertiti
si preferisce mettere la sordina in nome del politicamente corretto.
Da ultimo, raccogliamo l’appello per una Chiesa italiana «capace di
speranza». L’auspicio è che la nostra Chiesa sappia mostrare che la sua
speranza è in Cristo e non nelle strutture o nei programmi pastorali. Ci sono
in Italia molte opere di carità; esistono molteplici segni di fede e di
appartenenza religiosa del popolo italiano.
Ma la speranza è una dimensione ancor più difficile da vivere: chiede di
sapere abitare la precarietà, assumere la povertà (senza cadere in
pauperismi), farsi trasparenza di Cristo, sola ragione della speranza. In una
parola: domanda una conversione profonda. I missionari, che vengono da
situazioni dove precarietà, debolezza e martirio sono di casa, possono
essere una preziosa risorsa per questa Chiesa, in virtù di quanto la missione
ha dato loro di sperimentare.