La
conoscenza delle fedi, propria e altrui,
è un presupposto insostituibile per preparare un futuro di pace.
Una riflessione a cinque anni dall’11 settembre.
Gerolamo
Fazzini
("Mondo e Missione", Agosto-Settembre 2006)
Convocati con
urgenza, i dirigenti di una nota casa editrice italiana - assolutamente laica -
si sentono fare un discorso di questo tenore: sin qui abbiamo adottato l’economia,
la politica, gli elementi "geo-strategici" come chiavi per capire come
«funziona il mondo», d’ora in avanti non potremo non tenere in gran conto la
religione. Accadeva a Milano, pochi giorni dopo quell’11 settembre 2001 che ha
cambiato il mondo.
A cinque anni di distanza, lo riaffermiamo: oggi più che mai, la religione è
elemento insostituibile nel processo di formazione della coscienza dei singoli e
dei popoli. Pretendere di capire l’attualità (e la storia) senza avere la
pazienza di conoscere e approfondire la dimensione religiosa significa essere
prigionieri di un laicismo anacronistico, tutt’altro che «moderno» e
privarsi di uno strumento decisivo per decifrare i cambiamenti in atto e quelli
che ci attendono all’orizzonte. Vero è che, in questi anni, le librerie si
sono riempite - oltre che dei libri di Oriana Fallaci - di testi sull’islam e
sul dialogo fra le religioni. Ma è ancora molto lunga la strada da fare sulla
via di un autentico rispetto reciproco, se l’intendiamo come un atteggiamento
che presuppone la conoscenza non solo libresca dell’altro, qualcosa di ben
più coraggioso di una generica tolleranza che ammette l’altro come un
semplice spettatore silenzioso e non un compagno di strada dell’unica
avventura umana. Dall’11 settembre in poi abbiamo avuto sempre più netta la
percezione di quanto pesi il «fattore R» (le religioni) nel creare le
condizioni di un mondo di pace. Viceversa, ci è sempre più chiaro come,
strumentalizzandole per fini di potere oppure secondo logiche di appartenenza
etnica, le religioni possano incendiare gli animi, alimentare conflitti,
seminare fondamentalismo in terre che non lo conoscevano (vedi Somalia). Questo
significa che c’è una responsabilità che tocca innanzitutto i credenti,
tutti: vigilare affinché nessuno deformi il contenuto autentico delle
religioni, prendendo le distanze in modo inequivocabile da ogni estremismo. Il
ruolo delle religioni è troppo cruciale perché i fondamentalisti di ogni
genere le deturpino fino a renderle irriconoscibili. Occorre altresì vigilare
affinché le religioni non siano trasformate in "corazze identitarie"
da indossare in vista di uno scontro di civiltà. Il credente è chiamato ad
assicurarsi che il Dio che adora sia lo stesso che ha fatto il cielo e la terra,
non l’idolo che ciascuno fabbrica con le sue mani, così da poterlo
addomesticare a piacimento. C’è tutto un lavoro, costante, di
«purificazione», che chiama in causa anche noi cattolici italiani, laddove
taluni, svuotandolo del riferimento trascendente, vorrebbero utilizzare il
bagaglio etico delle religioni come cemento della convivenza civile.
D’altro canto, le religioni sono troppo importanti per il destino e la
qualità della convivenza umana, perché si possa lasciare che certa cultura
nichilista, così diffusa in Occidente, le metta alla porta, quasi soprammobili
impolverati.
Oltre che la sfera della coscienza individuale, è chiamata in causa la
politica. Lo ha ricordato di recente mons. Józef Wesolowski, capo della
delegazione della Santa Sede a una Conferenza promossa dall’Ocse, in
Kazakistan. «Troppo spesso - ha detto - le religioni sono manipolate o anche
ritenute erroneamente parte del problema, quando in realtà sono e dovrebbero
essere considerate parte della soluzione ai problemi esistenti tra le varie
culture e civiltà. Il dialogo interreligioso non sarà capace di promuovere un
maggior rispetto e una maggiore unità nella vita politica civile e sociale se
il ruolo pubblico della religione non verrà debitamente riconosciuto».
Sono parole che indicano una rotta. La speranza è che non restino mero
auspicio.