Sedici milioni di abitanti, una metropoli in fermento
Shanghai, vetrina del
futuro ![]()
Città scintillante e cosmopolita,
sperimenta tutto il fascino e le ripercussioni della modernità.
Eppure anche qui la fede trova spazio.
Gerolamo
Fazzini
("Mondo e Missione", Agosto-Settembre 2006)
«Mi sento come scrive san Paolo:
quando sono debole, è allora che sono forte». Si presenta così monsignor Giuseppe
Xing Wenzhi, vescovo
ausiliare di Shanghai. Con ogni probabilità, toccherà a lui - 43 anni e un
viso imberbe che ne dimostra meno - prendere il posto di Aloysius
Jin Luxian, gesuita,
novantenne e malato da tempo, alla guida di questa metropoli da 16 milioni di
abitanti. Xing Wenzhi appartiene a pieno titolo alla schiera dei nuovi vescovi
cinesi: una generazione di quarantenni che - dopo il vuoto causato dalla
persecuzione maoista - si affaccia ora alla guida delle diocesi, sostituendo via
via i «patriarchi», che hanno sperimentato soprusi e detenzioni e oggi sono,
in molti casi, ultraottantenni e malandati in salute. Con quanta trepidazione,
mista a coraggio, lasciamo immaginare ai lettori.
Quando lo incontriamo, monsignor Giuseppe Xing Wenzhi è, da poche settimane e
suo malgrado, un personaggio balzato agli onori della cronaca: la sua elezione,
infatti, avvenuta a fine giugno 2005, con il tacito consenso di entrambe le
parti (Pechino e Vaticano), ha fatto notizia. Non era certo la prima volta che
un vescovo dichiarava pubblicamente, durante la consacrazione episcopale, di
essere in comunione con il Papa. Tuttavia il fatto che si sia trattato di una
delle diocesi più significative della Cina, retta da un vescovo storico come
Jin, per di più una diocesi in cui pure esiste un vescovo
"underground", ha reso il gesto di Xing particolarmente importante e
significativo.
L’incontro col giovane vescovo
ha luogo nell’episcopio della città, un bel palazzo moderno nei pressi della
cattedrale di Sant’Ignazio. La facciata gotica di quest’ultima, di un rosso
intenso, risulta certo meno imponente di quando venne costruita e intorno non si
alzava la selva di palazzi, centri commerciali e grattacieli che c’è oggi.
Una foto degli anni Trenta, conservata nella vicina biblioteca dei gesuiti (oggi
sotto controllo governativo), testimonia i profondi cambiamenti degli ultimi
decenni.
In effetti, se c’è una città che dà la misura del dinamismo della Cina,
della sua febbrile attività commerciale, della sua volontà di protagonismo
nello scenario internazionale, questa è Shanghai. Un giro nel quartiere
futuristico di Pudong riserva non poche sorprese. Lì s’innalza - prepotente,
con i suoi 457 metri di altezza - la celebre torre della Tv, dal nome esotico
"Oriental Pearl". Dal bordo del fiume Huangpu, che separa questo
quartiere scintillante dalla città, lo sguardo scivola sui palazzi coloniali
lungo il Bund, eredità del tempo in cui le potenze straniere avevano fatto di
Shanghai uno dei porti più importanti dell’Asia, centro di commerci e
traffici.
Shanghai è la vetrina della Cina che verrà. E proprio qui si gioca una delle
partite decisive per la Chiesa di Cina. La sfida è - se possibile - più ardua
che altrove. Non si tratta solo di trovare le vie per accordare identità e
cultura cinese con la fede cristiana, che già è un rebus non da poco (come la
storia delle missioni, da Matteo Ricci in giù, insegna). Qui - come nelle altre
metropoli cinesi, dove si va concentrando la maggioranza della popolazione - si
fa sempre più urgente un altro interrogativo: come declinare il Vangelo in un
contesto di modernità incalzante? Come «dire Dio» in questo scenario in
costante mutamento, sotto il "pressing" della globalizzazione?
A prima vista, Shanghai sembrerebbe opporre un totale rifiuto - o, perlomeno, un’esplicita
indifferenza - alla Buona Notizia. Qui le notizie che contano sono quelle della
Borsa, le nuove cattedrali sono i centri commerciali e i negozi di lusso che si
snodano lungo Nanjing Road, la centralissima e affollata via dello shopping. I
giovani sembrano attratti dagli stessi idoli cari ai coetanei occidentali: un
buon lavoro, soldi facili, le mille opportunità del consumismo, dal cellulare
di ultima generazione all’abito firmato.
Per la fede non sembra esserci
molto spazio, da queste parti. E invece, a ben guardare, il Vangelo non manca di
aprirsi un varco anche qui.
Albert L. Huang è un imprenditore dal biglietto da visita chilometrico. Il suo
posto di lavoro è al ventottesimo piano di un grattacielo in centro città.
Albert è cattolico e, volendo «fare qualcosa per la gente che ha bisogno», ha
preso contatti con la referente locale di Huiling, una ong che lavora con
disabili mentali. Nel corso dell’incontro, cui assistiamo di persona, il
"businessman" dimostra il suo entusiasmo sfoderando i ritagli di
giornale che parlano di un’esperienza-pilota analoga realizzata a Taiwan.
Una rondine non fa primavera, si dirà. Pure ai tempi di Matteo Ricci, a molti
la Cina pareva impermeabile all’annuncio cristiano. E invece il gesuita
maceratese riuscì ad avvicinare Xu Guangqi, personaggio-chiave dell’
"establishment" di allora, per alcuni anni gran segretario dell’Impero,
e lo convertì alla fede cristiana: è lui, infatti, il «dottor Paolo» che
ricorre negli scritti dei gesuiti di quel tempo.
La storia cristiana di Shanghai si intreccia strettamente con quella di questo
convertito illustre. Nel luogo dove nacque Paolo Xu, oggi sorge la cattedrale di
sant’Ignazio; poco distante una statua ne ricorda il debito che la Chiesa
locale ha nei suoi confronti. L’eredità spirituale di Xu Guangqi è ancora
ben viva. Esiste un’associazione di intellettuali, che ha preso il suo nome:
vi partecipano anche alcuni «cristiani culturali», ossia studiosi dell’ambiente
accademico che si interessano di temi legati al cristianesimo pur senza un’adesione
esplicita alla fede cristiana. E Guangqi Press si chiama un’antica casa
editrice cattolica, che ha ricominciato ad operare da alcuni anni in qua.
Situata accanto alla chiesa di san Pietro, pubblica una serie di riviste sull’attualità
ecclesiale, un commento biblico mensile molto usato anche dai laici e sussidi
per la formazione di clero e suore. Diffusi gratuitamente, circolano non
soltanto in Shanghai e nelle zone circostanti, ma in tutta la Cina, sia nelle
comunità aperte, che in quelle "underground". «Il fatto di poter
condividere gli stessi strumenti di formazione - spiega un sacerdote - può
essere un contributo a un avvicinamento tra le due comunità in vista di una
riconciliazione».
Conversando con laici e sacerdoti del posto, puntualmente emerge la questione
dei rapporti tra Chiesa ufficiale e clandestina. E puntualmente ci arrivano
conferme che la situazione è a dir poco sfumata: esistono laici che fanno
riferimento alla Chiesa «ufficiale» dei quali ammiri dedizione e impegno;
vieni a sapere di preti a lungo "underground" che stanno lasciando la
«clandestinità». La situazione, insomma, è fluida e le posizioni assai meno
arroccate che in altre zone.
Il punto è che qui, assai più che altrove, la secolarizzazione avanza a grandi
passi, come lamenta apertamente monsignor Jin. La diocesi può contare solo su
una sessantina di preti, di cui otto ultraottantenni e malati. Attualmente parte
del clero e la maggioranza dei seminaristi (un centinaio quelli che studiano a
Shesan) provengono da diocesi vicine: la post-moderna Shanghai infatti condivide
con le metropoli occidentali il dramma della scarsità di vocazioni. Il vescovo
parla del seminario, dei giovani che faticano a scegliere la via del sacerdozio,
«sottoposti come sono a tentazioni difficili da gestire» e, tra le righe,
avverti chiaramente sofferenza e preoccupazione.
Il giorno successivo bastano
poche decine di chilometri per respirare un clima assai diverso. Siamo in visita
a Zhujiajiao, «piccola Venezia cinese» (come recitano le guide), un abitato di
circa 1700 anni fa, costruito su una fitta serie di canali. Ammirato il dedalo
di viuzze e scorci che assegnano al luogo una fama meritata, capitiamo in
parrocchia, dove è in corso una sorta di «oratorio estivo», con alcuni
giovani che intrattengono i ragazzi, alternando gioco e momenti di catechesi.
Tanti particolari - dall’abbigliamento dei ragazzi all’iconografia della
cappella - dicono che qui siamo in un altro mondo, governato da valori diversi.
Ma anche che la devozione popolare della gente delle campagne (dove tutt’oggi
vive il grosso dei cattolici) è qualcosa di profondamente radicato.
Qualcosa della pace e dell’armonia di Zhujiajiao lo respireremo, qualche
giorno dopo, ad Hangzhou. Anche Mao amava ritirarsi da queste parti, in una
villa sulle rive del lago Xi Hu, orlato di colline, che fa di Hangzhou una delle
più belle e accoglienti città della Cina. Solamente due ore di treno ci
separano da Shanghai, ma qui si respira un’atmosfera diversa, oltre che un
clima più mite: il caos e la frenesia sono un ricordo, giovani, coppiette e
famigliole con bambini passeggiano lungo le passerelle che si allungano nelle
acque placide, circondate da parchi e giardini.
A distanza di secoli, Hangzhou conserva intatta la bellezza del suo panorama,
che ha ispirato pittori e scrittori fin dai tempi di Marco Polo. E il magnifico
lago continua a calamitare molti, nei weekend, dalle vicine città. Paesaggio a
parte, la città è interessante perché ospita un polo universitario di prim’ordine
e rappresenta una delle fucine della classe dirigente di domani.
A Hangzhou chi ci guida è Zhang Gangfeng, esponente del mondo accademico
locale: è un giovane professore associato della School of Management della
Zhejiang University e ha conseguito il dottorato di ricerca a Trento.
Disinvolto, look informale, Zhang Gangfeng (che da cattolico ha preso il
nome di Alfonso) sembra essere il prototipo di una nuova classe di cinesi che si
affacciano sullo scenario economico del futuro: gelosi della propria identità
culturale, ma al tempo stesso figli della globalizzazione. Zhang Gangfeng passa
con disinvoltura dal cinese all’italiano; tiene lezioni di cultura aziendale e
affari internazionali in inglese e, forte del suo apprendistato nel Belpaese,
mantiene contatti di lavoro anche con imprese italiane.
La conversazione col giovane professore, che si snoda inizialmente mentre
passeggiamo per i cortili del nucleo originario dell’università, offre un
quadro molto interessante. Ogni anno 2,5 milioni di giovani entrano nelle
università cinesi dopo essersi sottoposti a severi test. La conoscenza della
lingua inglese sta diventando fondamentale e contribuisce in modo determinante
ai meccanismi di selezione. Nel giro di poco tempo - lascia capire Zhang
Gangfeng - uno stuolo di cervelli cinesi invaderà industrie, laboratori e
centri di ricerca di tutto il mondo.
Un buon numero di costoro uscirà
dalla nuova sede della Zhejiang University, una delle più grandi dell’intera
Asia. In un’area periferica di Hangzhou, visitiamo il campus, impressionante
per le dimensioni degli edifici non meno che per l’arditezza del disegno
architettonico. La vastità degli spazi fa il paio con le cifre della struttura.
Tanto per dire: la mensa sforna ogni giorno qualcosa come 40 mila coperti.
Ma che posto c’è per il Vangelo in questa Cina, segnata dall’economia di
mercato e proiettata sul futuro? L’ideologia marxista profetizzava l’eclissi
della fede. È così? In realtà, proprio da questa città dinamica e strategica
viene un messaggio in controtendenza. Recenti studi del professor Chen Cunfu,
che all’interno della Zhejiang University dirige l’Istituto «Religione e
cultura», dicono che nei centri urbani di media grandezza, dove donne e poveri
costituivano la maggioranza dei credenti, va formandosi una nuova classe di
cristiani, della quale fanno parte anche impiegati, manager e imprenditori. Una
piccola schiera di «colletti bianchi» - molti dei quali giovani, con buona
preparazione culturale e attivi nel sociale - che vengono definiti "Civil
Christians" (cristiani impegnati), per distinguerli dai contadini
(analfabeti o quasi) e dagli anziani abitanti delle città che tradizionalmente
costituivano la maggioranza della popolazione cristiana cinese.
Ebbene, la maggioranza dei «nuovi cristiani», come Zhang Gangfeng, sembra
guardare alla secolarizzazione come a una sfida, che offre opportunità - e non
solo rischi - per il futuro della fede. A patto di non giocare di rimessa, di
non attardarsi a ripetere formule tradizionali, ma di avere coraggio e
lungimiranza per interagire con la cultura emergente.
Aloisius Jin Luxian è l’autentico
patriarca della Chiesa di Shanghai: ordinato vescovo nel 1985, da allora regge
la popolosissima diocesi. L’8 settembre 1955 c’era anche lui nel migliaio di
fedeli (preti, vescovi, suore e laici) arrestati e imprigionati dal regime. L’allora
vescovo di Shanghai, Ignazio Gong Pigmei (che Wojtyla fece cardinale in pectore
nel 1979), era tra costoro: sarebbe rimasto in carcere trent’anni prima di
ricevere la berretta cardinalizia. A mons. Jin toccarono 18 anni di prigione.
Una volta tornato in libertà, ha cercato di gestire il rapporto con le
autorità politiche secondo il detto evangelico «furbi come serpenti e semplici
come le colombe». Si deve anche a lui se Shanghai è oggi uno dei centri
cattolici più vivaci di tutta la Cina; qui c’erano soltanto tre chiese aperte
nel 19??: oggi sono circa 110. Nel 1982 ha riaperto i battenti il seminario di
Sheshan (uno dei 7 seminari maggiori di tutta la Cina).
Il vescovo Jin, che la Santa Sede di recente ha riconosciuto in comunione col
Papa, è riuscito a dare una relativa stabilità economica alla diocesi,
garantendo così la possibilità di disporre di alcune strutture pastorali e
riuscendo a recuperare beni ecclesiastici confiscati durante gli anni più bui
del comunismo. Anche se alcuni, all’interno della Chiesa "underground’,
giudicano troppo alto il prezzo pagato e c’è chi lo vede quasi come una sorta
di collaborazionista, la tattica «bastone-e-carota» adottata da Jin ha
permesso di fatto alla Chiesa locale di sopravvivere.
La storia della Chiesa locale è un’altalena continua di concessioni e
controlli. Il palazzo vescovile, funzionale e ben arredato com’è, fa pensare
a un qualche trattamento di riguardo da parte del governo; in realtà il
progetto del palazzo risale a 10 anni fa, ma solo lo scorso anno è stato
completato. E, una volta finito, a Jin è arrivata, puntuale, la richiesta dell’Associazione
patriottica di poter disporre di qualche locale, ma il vescovo ha avuto la forza
di rispondere che non c’era più posto: così ora l’Apcc ha sede nel
grattacielo sorto alle spalle dell’episcopio.