Incontro con Martha Yang, laica di Pechino
La riconciliazione
non è un'utopia ![]()
Ha studiato a
Roma, ora insegna nel seminario ufficiale di Pechino.
Il suo sogno: l’unità delle due comunità ecclesiali.
Gerolamo
Fazzini
("Mondo e
Missione", Agosto-Settembre 2006)
Se in Cina ci fossero più donne
come lei, il cammino della Chiesa probabilmente procederebbe più spedito. E
forse anche le ferite aperte, certi contrasti non ancora sopiti tra Chiesa
«ufficiale» e «clandestina», si rimarginerebbero in modo meno doloroso. Mi
ritrovo a pensarlo dopo una lunga e piacevole conversazione con Martha Yang, una
donna sui cinquant’anni, vivace e dinamica, che definiremmo una «laica
impegnata» o un’«operatrice pastorale», visto che insegna patrologia e
spiritualità nel seminario diocesano di Pechino.
«Di tanto in tanto - attacca lei, con un sorriso - c’è chi me lo chiede: tu
appartieni alla Chiesa ufficiale o clandestina? Io rispondo: alla Chiesa di
Cristo». In quanto fedele della comunità guidata dal vescovo patriottico Fu
Tie Shan (uno dei vicepresidenti dell’Assemblea del popolo, ossia il
Parlamento cinese), la logica - o meglio: lo stereotipo - vorrebbe che Martha
fosse compromessa col regime e, come tale, diffidente verso Roma, fredda verso
il Papa e via di questo passo. Al contrario, Martha ci accoglie in un piccolo
appartamento, zeppo di foto di lei giovane con Papa Wojtyla, con Madre Teresa,
con suore e sacerdoti cinesi impegnati negli studi a Roma. Su una parete sono
appesi ricordi e souvenir provenienti da santuari e monasteri di mezza Europa,
da Lourdes ad Assisi, da Taizé a Fatima.
La casa è arredata con semplicità, in un palazzo come tanti della zona
Guanganmen di Pechino. Martha vive da sola: dei due letti, uno è per una
sorella suora che una volta l’anno passa di lì. Nel corso del viaggio verremo
a sapere che Martha ha rifiutato un appartamento ben più grande in un
grattacielo signorile di fronte, in nome di una scelta di povertà che le fa
onore. Un ampio scaffale di libri religiosi (tra i quali classici della
spiritualità cristiana come Thomas Merton e Clive S. Lewis) testimonia la non
comune preparazione culturale e spirituale di questa laica che dal 1992 al 2001
ha studiato teologia a Lovanio (Belgio) e a Roma.
Nel maggio del 2005, poche settimane dopo la morte di Giovanni Paolo II, Martha
è andata in pellegrinaggio a Lourdes e a Roma, con un gruppo composto da una
ventina di persone. Sono riusciti ad arrivare in piazza san Pietro, innalzando
uno striscione che recitava «Pellegrini di Pechino». Nel ricordarlo, Martha
fatica a reprimere un comprensibile orgoglio: «Ai funerali del Papa non c’erano
rappresentanti del nostro governo. Noi abbiamo, per così dire,
"rappresentato" la Cina al nuovo Papa quando si è affacciato alla
finestra per l’Angelus. La gente attorno, saputa la nostra provenienza, ci ha
salutato con calore».
L’affetto e la devozione di Martha per il Papa sono a dir poco ammirevoli:
«Durante la mia permanenza in Italia ho avuto modo di incontrare Giovanni Paolo
II. Ricordo che mi presentarono come una cattolica cinese. "Cinese di dove?
- mi chiese il Santo Padre - . Di Hong Kong, di Macao o Taiwan?".
"Pechino, Santità", risposi. E il Papa con grande calore mi disse:
"Prego ogni giorno per il popolo cinese"».
Nel raccontarlo a Martha
brillano ancora gli occhi. Ed è con altrettanto calore che prende a presentare
la sua attività, i suoi viaggi in giro per la vasta Cina, i suoi contatti con i
fedeli delle varie comunità. Si rende conto di avere una vocazione particolare,
lei che ha dalla sua una credibilità di cui pochi godono. «Tante persone
solitamente diffidenti verso la Chiesa ufficiale - spiega - si fidano di me
perché ho studiato a Roma».
Di Martha Yang colpisce l’ottimismo incrollabile, parente stretto di una fede
solida. «Qualche anno fa ero responsabile della catechesi in una parrocchia
della media periferia di Pechino - racconta - . Allora il governo concedeva la
partecipazione alla Messa solo nelle festività principali. Oggi non è più
così». E aggiunge: «Problemi ne rimangono, certo: alcune chiese, ad esempio,
non sono state restituite. La situazione dei credenti comunque va migliorando».
Quali i fattori di cambiamento? «Un motivo - è la riposta - può essere il
"pressing" esercitato dagli Usa sul governo di Pechino in tema di
diritti umani. Gli Stati Uniti, nel fare "business", chiedono come
contropartita garanzie anche sotto il profilo della libertà religiosa. Io credo
che parlare di diritti umani serva a migliorare la nostra situazione. Le
Olimpiadi sono un’occasione in questo senso».
Più che agli equilibri
politici, tuttavia, Martha è interessata alla vita reale della comunità
cristiana, alla testimonianza di fede dei cattolici locali. Qui le novità sono
significative: «Oggi, assai più che in passato, i fedeli prendono sempre più
coscienza di ciò che significa essere pietre vive della Chiesa. Prima la gente
aspettava un invito esplicito del prete per coinvolgersi, adesso i laici sono
più protagonisti». Un altro segnale importate, sottolinea Martha, «è il
numero non trascurabile di persone che, senza alcun retroterra cattolico, si
accosta alla Chiesa, si informa…». Non è raro il caso di persone che, giunte
alla maturità, si riavvicinano alla fede. In molti casi avevano ricevuto il
Battesimo e una formazione cristiana embrionale. Poi, con l’avvento del
comunismo hanno abbandonato la vita cristiana, alcuni sono anche entrati nel
partito per farsi strada. «Oggi tornano alla Chiesa per trovare risposte alle
loro domande più profonde, che anche il consumismo lascia insoddisfatte. Io
stessa - s’infervora Martha - ho accompagnato al battesimo un gruppetto di
adulti. I nuovi cattolici rappresentano una sfida, ci chiedono di approfondire
la formazione cristiana, di renderla solida. Per quanti sono stati appena
battezzati io stessa tengo una sorta di "catecumenato avanzato"».
Ascoltare Martha equivale a penetrare nell’ordinarietà di una Chiesa vitale
ancorché sottoposta a controlli. «Abbiamo avviato un corso biblico; una volta
la settimana leggiamo il Vangelo di Matteo insieme, dal primo capitolo. Siamo
ormai un centinaio di persone, all’inizio eravamo solo una ventina, poi il
gruppo si è infoltito grazie al passaparola. Ora gli incontri li facciamo in
chiesa per mancanza di spazi. Un segnale importante - chiosa Martha - : vuol
dire che i laici non si accontentano più solo di partecipare alla Messa».
Un altro esempio. In alcune
parrocchie di Pechino sta nascendo un gruppo "Caritas"; chi vi
aderisce versa una quota mensile per aiutare i poveri. «Tempo fa - racconta
Martha - sono andata nello Shaanxi e ho visto situazioni di estrema povertà.
Quando ne ho parlato in parrocchia, alcuni mi hanno chiesto di poter aiutare
quelle persone».
In virtù della sua esperienza e competenza Martha conosce da vicino anche
alcune situazioni problematiche della nostra Chiesa cinese. Una di esse riguarda
una città della provincia costiera nel Sud del Paese. Lì è presente una
comunità clandestina "very strong" (e lo dice stringendo un pugno):
circa 180 mila fedeli su un totale di 200 mila. «In quella zona le autorità
locali hanno distrutto piccole cappelle usate dai cattolici
"underground" per poi costruire una grande chiesa, nuova ma che
regolarmente viene boicottata, col risultato di essere una sorta di
"cattedrale nel deserto". Per reazione i cattolici
"sotterranei" hanno pensato di assistere alla Messa in un tempio
dedicato agli antenati, ben sapendo che le autorità non possono permettersi il
lusso di andar contro la devozione popolare distruggendolo».
A complicare ulteriormente la
situazione c’è il fatto che la Chiesa «sotterranea», già alle prese con
notevoli problemi legati al contesto politico, deve far fronte - lì come
altrove - a dissidi interni non da poco. La comunità si è divisa dopo che Roma
ha chiesto al vescovo anziano in carica di dimettersi, nominando un successore.
Risultato: un gruppo di preti sono rimasti fedeli al vecchio vescovo, la
maggioranza si è schierata con il nuovo e la gente è perplessa. Il vescovo
anziano, dalla visuale pre-conciliare, insiste in maniera ossessiva sulla pietà
popolare, arrivando a chiedere di dire molti rosari al giorno. «Col risultato -
commenta Martha - che la gente di lì rischia di collocare Maria al primo posto.
Durante un viaggio da quelle parti, mi sono messa a spiegare un po’ di
mariologia per mettere le cose a posto…».
Alla sua pazienza nei confronti delle difficoltà interne della comunità
cattolica fa da contrappeso un’energia e una tenacia che sfodera ogni
qualvolta le circostanze lo richiedano. «Quando nel 2001 sono tornata in Cina,
la polizia mi ha interrogato circa le discusse canonizzazioni dei martiri cinesi
avvenute nell’ottobre dell’anno prima. Io ho risposto senza esitazioni:
"Sono orgogliosa di avere per la prima volta dei santi cinesi. Sono dei
criminali? No, li considero esempi di fede in tempi difficili, anche se magari
non perfetti, visto che anche i santi hanno i loro difetti. Ma perché - ho
ribattuto - voi che siete atei vi permettete di giudicare chi è santo e chi
no?».
La conversazione con Martha finisce a tavola, con un tipico pranzo cinese. Al
momento dei saluti chiedo alla nostra interlocutrice: tu, che hai una vocazione
ad essere una «donna di riconciliazione», non ti senti mai sola? «All’inizio
sì - è la risposta - poco alla volta, però, altri si sono affiancati nel
cammino. Un buon segno, che dà speranza».