11 SETTEMBRE, TRE
ANNI DOPO ![]()
Se vuol sopravvivere, l’Occidente
ascolti i missionari
GEROLAMO FAZZINI
condirettore di «Mondo e Missione», mensile del PIME
Sono passati solo tre anni. E invece sembra un secolo fa, quel 9-11,
tanto denso di contraccolpi, violenza, morte e sgomento è stato questo periodo
che separa le macerie fumanti di Ground Zero dal cimitero a cielo aperto di
Beslan. Tre anni da quell’11 settembre che ha definitivamente cambiato la
nostra storia. Da allora molto sangue è stato sparso e altrettanto inchiostro
versato per capire perché. Ma ci sono domande che rimangono senza
risposta. Per rispondere alle quali l’Occidente potrebbe utilmente ascoltare
l’esperienza dei missionari.
Prima domanda:
perché nei Paesi poveri i terroristi islamici – che non sono affatto novelli
Robin Hood, alfieri dei diseredati chiamati a dare un volto più giusto al
pianeta – sono considerati tali da molti, almeno nelle masse popolari? Anche
se tante «anime belle» di casa nostra fingono di no, sappiamo che gli attentati
di Al Qaida e soci si intrecciano con una strategia di finanziaria che nulla ha
a che fare col riscatto dei poveri. Una jihad economica,
che ha ben poco di religioso e molto di mondano (tant’è che non esita ad
utilizzare gli strumenti del vituperato capitalismo, a cominciare dalle
speculazioni in Borsa alla vigilia dell’11 settembre). Ma perché in molti
Paesi del Sud del mondo i terroristi sono visti – piaccia o no – come
potenziali liberatori? I missionari sono quotidianamente testimoni di tale
spettacolo, ai nostri occhi incredibile: anche persone moderate, il day after
dell’attentato alle Torri Gemelle, hanno manifestato simpatia per Osama e
soci. Solo odio anti-americano? O, piuttosto, una sete di giustizia, riscatto,
liberazione che – in mancanza di alternative positive – si è aggrappata
disperatamente all’icona dei terroristi barbuti che hanno messo in ginocchio
l’Occidente?
È terribilmente scomodo ricordarlo oggi, mentre due nostre connazionali –
donne inermi, pacifiste, a servizio dei poveri - sono ancora prigioniere dei
terroristi. È politicamente scorrettissimo – me ne rendo perfettamente conto
- farsi domande del genere, mentre in Ossezia mamme e padri non hanno più
lacrime per piangere i figli strappati loro da una follia che ha seminato morte
tra gli innocenti.
Ma se per un attimo vinciamo la «sindrome da assedio» e abbiamo il
coraggio di guardare in faccia alla realtà, non possiamo eludere domande come
questa. Dopo Genova 2001, temi quali lo squilibrio Nord-Sud, la necessità di
commercio più equo, l’urgenza di un rilancio della cooperazione sono finiti
in secondo piano. Sotto la pressione delle emergenze legate al terrorismo, oltre
che per le modalità sbagliate e controproducenti con cui parte del mondo «no
global» ha avanzato istanze peraltro condivisibili. Domandiamoci: quanto
sarebbero più credibili le nostre accuse – ad esempio - al mondo arabo che
gestisce lo sviluppo dei suoi popoli in maniera scandalosa (con squilibri
macroscopici tra la ricchezza esibita degli sceicchi seduti sul petrolio e le
masse analfabete) se, da parte occidentale, si fosse aumentato - anziché
diminuire - gli aiuti allo sviluppo per i Paesi poveri?
Altra questione, non meno delicata. I terroristi invocano, strumentalmente,
il «rispetto» della religione islamica contro il secolarismo occidentale. I
rapitori dei due reporter francesi hanno chiesto in cambio della liberazione, il
ritiro della legge sul velo. Un rigurgito di religiosità? Un ritorno a un islam
duro e puro? È vero, piuttosto, il contrario: quella gente rende il peggior
servizio alla causa della religione che, bestemmiando, dice di voler servire.
Lungi dall’essere testimoni autentici della religione di Allah, essi sono in
realtà i più secolarizzati. Ecco, allora, la seconda domanda: perché questa
menzogna trova così credito anche tra i musulmani non integralisti? Perché
lambisce un problema reale.
Le masse musulmane – ai nostri occhi arcaiche perché non ancora
secolarizzate - guardano con disgusto e riprovazione alle derive occidentali,
specie in campo morale. I missionari sperimentano ogni giorno questo disagio e
spesso si sentono rinfacciare con astio (e non senza ragione) tali accuse. Lo
stile di vita consumistico, la riduzione ad oggetto del corpo della donna,
l’assenza di riferimenti visibili al trascendente nella vita quotidiana, lo
scarso o nullo spazio dato alla preghiera, la pavidità con cui i cristiani
difendono il loro credo sono tutti argomenti con i quali gli imam hanno buon
gioco nel convincere i loro fedeli che l’Occidente e i suoi valori sono allo
sbando. Troppo comodo respingere le accuse al mittente affermando che i Paesi
islamici (in alcuni dei quali le ragazze non possono guidare o vanno
all’università in classi separate dai maschi…) non hanno nulla da
insegnarci in tema di rispetto della dignità della donna.
Il cardinale Angelo Scola, tutto il contrario di un estremista «no global»,
non ha esitato al Meeting di Rimini a definire il nostro stile di vita «osceno
negli affetti e nei consumi». La domanda, allora, diventa: quanto troverebbero
ascolto alcune (legittime) reprimende «occidentali» nei confronti di aspetti
problematici di culture plasmate dalla religione islamica, se fossero
accompagnate da uno stile di vita diverso, da comportamenti, abitudini ispirati
a modelli diversi dall’edonismo e dal consumismo?
Rispondere al terrorismo con fermezza è una necessità improrogabile. Ma
arginare l’offensiva del terrore richiede intelligence e intelligenza.
Occorre anche una strategia che vada oltre l’emergenza: l’esperienza di
questi tre anni lo dimostra con assoluta chiarezza. È necessario lavorare sui
tempi lunghi (in chiave di promozione del dialogo e cooperazione alla
cooperazione) e con credibilità. Si è credibili nel condannare il terrorismo e
nell’esigere un cambio di rotta dalla galassia islamica solo se ci si fa
carico del travaglio che l’attraversa.
Tempi lunghi e credibilità è ciò che contraddistingue l’opera dei
missionari, a favore delle popolazioni locali, nel segno della gratuità.
Annalena Tonelli è stata sì uccisa da fanatici estremisti convinti di eseguire
la volontà di Allah, ma il suo ricordo è vivo presso le popolazioni musulmane
precisamente per la gratuità della sua testimonianza. Insegnando alle donne la
loro dignità, liberandole dal giogo dell’infibulazione ha «esportato»
valori occidentali? O non ha, piuttosto, «gridato il Vangelo con la vita»,
affermando così l’umanità della persona nella sua pienezza?
È quello che vivono giorno per giorno i missionari. I quali vengono – in
buona parte ancora - dal mondo occidentale, secolarizzato e in via di
progressiva scristianizzazione, e vanno ad annunciare il Vangelo mettendosi a
servizio dell’uomo (a qualsiasi categoria sociale, etnia, religione
appartenga), diventando così – silenziosamente ma visibilmente - altrettanti
ambasciatori a piedi scalzi di un messaggio controcorrente: c’è un Occidente
che ha ancora a cuore il Vangelo. E che, fedeli a questo Vangelo che è per
tutti, i cristiani non distinguono tra «giudeo e greco», non obbediscono
alle logiche di potere e, proprio per questo, possono permettersi il lusso di
denunciare guerre e violenze da qualsiasi parte vengano (come ha fatto con forza
il Papa negli ultimi mesi).
Proprio questa condivisione gratuita della vita di tante popolazioni,
senz’altro fine che testimoniare l’amore di Cristo, rende i missionari non
soltanto sismografi insostituibili per comprendere cosa si muove nelle masse
dell’Asia profonda o dell’Africa, ma anche interlocutori insostituibili per
avvicinare quell’«islam moderato» che tutti inseguono, ma che nessuno sa
dove stia di casa.
In questi
giorni si salutano positivamente le prese di distanza del suddetto islam
moderato dagli estremisti che seminano il terrore. Sorprende leggere sul New
York Times insolite autocritiche nel mondo arabo e musulmano dopo i tremendi
fatti dell’Ossezia del Nord. Addirittura un quotidiano saudita pubblica un
articolo, dall’inequivocabile titolo «Macellai nel nome di Allah», in cui
riconosce che «i propagandisti della jihad sono riusciti nel giro di pochi anni
a distorcere l’immagine dell’islam». Tutto bene. Ma assistere alla doverosa
«pulizia della memoria» del mondo arabo non esime l’Occidente – che si
fregia legittimamente della capacità di autocritica, come avvenne dopo i fatti
di Abu Ghraib – dal riconoscere le proprie responsabilità. Che sono
altrettante domande (colpevolmente) inevase.