TRA UNO TSUNAMI E L'ALTRO

RITAGLI   Una catena di popoli   DIARIO
nella morsa della paura

Gerolamo Fazzini
("Avvenire", 27/7/’06)

Come vivreste voi in un Paese che, nel dicembre 2004, tributò la bellezza di 140 mila morti allo tsunami che colpì, devastandole, le coste dell'Oceano Indiano? Come reagireste - se vi trovaste ora in Indonesia - alle notizie di possibili, nuove scosse, sapendo che il più recente terremoto, il 27 maggio scorso, da quelle parti ha fatto quasi seimila vittime? In quell'angolo di Oriente la popolazione vive in queste ore «in stato di totale paranoia»: le ripetute scosse sismiche registrate in Indonesia negli ultimi giorni rischiano di mandare in pezzi i nervi, già scossi, della gente comune. L'agenzia "Asia News" riferisce di impiegati che, nel timore di imminenti disastri, preferiscono lavorare all'aperto piuttosto che alle loro scrivanie all'interno dei grattacieli. La paura collettiva viene ulteriormente amplificata da catene di "sms", che diffondendo voci di possibili scosse, contribuiscono ad alimentare un clima di incertezza.
Potremmo reagire a notizie di questo tenore come a riverberi esotici di un mondo lontano, quasi un fenomeno di costume comune alle aree del pianeta ad alta intensità sismica. Potremmo reagire con un'alzata di spalle, come all'ennesima notizia amplificata ad arte da giornali a caccia di curiosità per catturare l'attenzione del lettore, più distratto che mai nella calura estiva. Se però accordiamo ai fatti che ci vengono narrati l'attenzione che meritano, scopriremo che c'è ben poco di esotico in questa vicenda. Tanto per cominciare: sono state migliaia, qualche notte fa, le persone che, in varie località della provincia di Sulawesi, hanno lasciato le loro abitazioni sulla costa per rifugiarsi in zone più elevate, dopo l'ennesimo (falso) allarme tsunami. Ora la paura ha cinto d'assedio la capitale, la moderna Giacarta. Anche lì serpeggia un'atmosfera di panico nei grattacieli delle multinazionali, dove la gente discute di probabili disastri naturali, mentre fino a ieri si accalorava intorno ad affari, "budget" e alleanze commerciali. Il sorriso di sufficienza, a questo punto, si spegne sulle labbra. Qui non siamo più in presenza delle paure ancestrali di popolazioni abituate a convivere con la violenza ingovernabile del mare. Se l'insicurezza ha messo piede anche nei corridoi degli arditissimi "building", significa che non c'è frontiera - geografica, tecnologica, economica - capace di contenere la paura dell'imprevedibile.
È un monito. Per tutti. Possiamo dotarci di impianti di previsione delle calamità naturali, monitorare in modo sempre più efficace il clima e le sue bizzarrie. Ma non potremo mai cancellare dal cuore dell'uomo quel senso di incertezza, quella coscienza di sproporzione che la creatura prova quando si trova faccia a faccia col Mistero. Non c'è da rassegnarsi al fatalismo di chi pensa il mondo in balia di oscuri disegni. Piuttosto, si tratta di arrendersi all'idea che c'è una dose di precarietà insita nella stessa condizione umana. Una precarietà che ci accomuna, da Giacarta a Roma, a tutte le latitudini. Perché ovunque l'uomo è grande, ma - al medesimo tempo - è piccolo, piccolissimo. Un pulviscolo nell'universo. E al cospetto di Colui che l'ha fatto.