TRA UNO TSUNAMI E L'ALTRO
Una catena di popoli nella morsa della pauraGerolamo Fazzini
Come vivreste voi in un Paese che, nel dicembre 2004, tributò la bellezza di
140 mila morti allo tsunami che colpì, devastandole, le coste dell'Oceano
Indiano? Come reagireste - se vi trovaste ora in Indonesia - alle notizie di
possibili, nuove scosse, sapendo che il più recente terremoto, il 27 maggio
scorso, da quelle parti ha fatto quasi seimila vittime? In quell'angolo di
Oriente la popolazione vive in queste ore «in stato di totale paranoia»: le
ripetute scosse sismiche registrate in Indonesia negli ultimi giorni rischiano
di mandare in pezzi i nervi, già scossi, della gente comune. L'agenzia
"Asia News" riferisce di impiegati che, nel timore di imminenti
disastri, preferiscono lavorare all'aperto piuttosto che alle loro scrivanie
all'interno dei grattacieli. La paura collettiva viene ulteriormente amplificata
da catene di "sms", che diffondendo voci di possibili scosse,
contribuiscono ad alimentare un clima di incertezza.
Potremmo reagire a notizie di questo tenore come a riverberi esotici di un mondo
lontano, quasi un fenomeno di costume comune alle aree del pianeta ad alta
intensità sismica. Potremmo reagire con un'alzata di spalle, come all'ennesima
notizia amplificata ad arte da giornali a caccia di curiosità per catturare
l'attenzione del lettore, più distratto che mai nella calura estiva. Se però
accordiamo ai fatti che ci vengono narrati l'attenzione che meritano, scopriremo
che c'è ben poco di esotico in questa vicenda. Tanto per cominciare: sono state
migliaia, qualche notte fa, le persone che, in varie località della provincia
di Sulawesi, hanno lasciato le loro abitazioni sulla costa per rifugiarsi in
zone più elevate, dopo l'ennesimo (falso) allarme tsunami. Ora la paura ha
cinto d'assedio la capitale, la moderna Giacarta. Anche lì serpeggia
un'atmosfera di panico nei grattacieli delle multinazionali, dove la gente
discute di probabili disastri naturali, mentre fino a ieri si accalorava intorno
ad affari, "budget" e alleanze commerciali. Il sorriso di sufficienza, a questo
punto, si spegne sulle labbra. Qui non siamo più in presenza delle paure
ancestrali di popolazioni abituate a convivere con la violenza ingovernabile del
mare. Se l'insicurezza ha messo piede anche nei corridoi degli arditissimi
"building", significa che non c'è frontiera - geografica, tecnologica, economica
- capace di contenere la paura dell'imprevedibile.
È un monito. Per tutti. Possiamo dotarci di impianti di previsione delle
calamità naturali, monitorare in modo sempre più efficace il clima e le sue
bizzarrie. Ma non potremo mai cancellare dal cuore dell'uomo quel senso di
incertezza, quella coscienza di sproporzione che la creatura prova quando si
trova faccia a faccia col Mistero. Non c'è da rassegnarsi al fatalismo di chi
pensa il mondo in balia di oscuri disegni. Piuttosto, si tratta di arrendersi
all'idea che c'è una dose di precarietà insita nella stessa condizione umana.
Una precarietà che ci accomuna, da Giacarta a Roma, a tutte le latitudini.
Perché ovunque l'uomo è grande, ma - al medesimo tempo - è piccolo,
piccolissimo. Un pulviscolo nell'universo. E al cospetto di Colui che l'ha
fatto.