Catena di omicidi politici, anche la Chiesa in prima linea
Un conflitto a bassa intensità: le Filippine vogliono fermarloGerolamo Fazzini
«Mandare gli assassini dietro le sbarre e spezzare una volta per tutte il ciclo di violenze». È una promessa solenne e terribilmente impegnativa quella che la presidente delle Filippine, Gloria Macapagal Arroyo, ha fatto l'altro ieri, annunciando la creazione di una "Commissione di indagini" sulla lunga scia di omicidi politici che da anni insanguina il Paese. La Arroyo sa bene che non sarà facile garantire l'effettiva indipendenza dell'inchiesta, come l'opposizione chiede a gran voce. E non sarà una passeggiata nemmeno vincere le resistenze dei poteri forti che, sin qui, hanno impedito di far piena luce sullo stillicidio di "esecuzioni extragiudiziali", fenomeno del quale le Filippine detengono un poco invidiabile primato nel mondo. Pochi giorni fa "Amnesty International" ha contato 51 omicidi di giornalisti e attivisti solo nel 2006 (erano stati 66 nell'intero arco del 2005). Negli ultimi due anni la classifica di "Reporters sans frontières" sui giornalisti uccisi vede le Filippine al secondo posto nel mondo dopo l'Iraq. L'annuncio della Arroyo è arrivato poche ore dopo l'ennesimo assassinio: Hermie Marqueza, presidente del "Movimento contadino" delle Filippine, è stato ucciso a colpi d'arma da fuoco nella sua abitazione. Ultimo anello di una catena di "assassini mirati" assai più lunga e inquietante: da quando la Arroyo ha preso il potere (gennaio 2001), c'è chi ha contato ben 705 omicidi politici nel Paese. È un conflitto "a bassa intensità" che vede coinvolte le organizzazioni popolari e tribali da un lato, spalleggiate da gruppi politici di sinistra, e i militari dall'altro, in molti casi conniventi con latifondisti locali e imprese straniere che mirano al possesso delle terre. In mezzo - a svolgere un prezioso quanto rischioso lavoro, spesso pagato col sangue - stanno attivisti per i diritti umani, giornalisti, missionari (numerosi quelli minacciati o costretti a comportamenti "prudenti") e operatori pastorali. Due di loro, George e Maricel Vigo, marito e moglie (37 e 35 anni, con 5 figli), sono stati ammazzati per strada in pieno giorno il 19 giugno scorso, a Kidapawan. La loro colpa? Si occupavano dei diritti dei tribali. Anche il pastore metodista, leader di un movimento locale, ucciso il 3 agosto scorso, si batteva per i diritti dei più deboli, in questo caso dei contadini: alcuni uomini mascherati (con ogni probabilità militari) l'hanno prelevato da casa e ucciso in riva al fiume. È un conflitto, quello in corso nelle Filippine, che non ha l' "appeal mediatico" di altri (si pensi al Medio Oriente) o i numeri terribili di alcune guerre africane (ieri il Congo, oggi il Darfur). Ma, in ogni caso, tiene 80 milioni di persone ostaggio dell'insicurezza e nella morsa della paura. Un conflitto che sembra non interessare i salotti della diplomazia e neppure i mass media, nonostante la società civile e la Chiesa locale chiedano a gran voce l'interessamento della comunità internazionale. Un conflitto del genere costituisce un'ipoteca sullo sviluppo del Paese. Diceva l'editoriale congiunto apparso sulla stampa filippina nel dicembre 2004: «Ad ogni omicidio di un giornalista, di un giudice, di un ecologista, di chi denuncia la corruzione o di un militante per i diritti dell'uomo è la democrazia a morire un pezzo per volta». Due anni dopo, la speranza è che si volti finalmente pagina. Una vera democrazia non può permettersi il lusso di una "sicurezza" a prezzo della vita di alcuni.