I destini incrociati
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di suor Leonella e Mohamed
Un musulmano è stato ucciso mentre aiutava la religiosa trucidata in
Somalia.
Ancora una volta il sangue di due credenti di fedi diverse si è mescolato.
Gerolamo Fazzini
("Mondo e Missione", Novembre 2006)
Si chiamava Mohamed
Mahamud, era un musulmano somalo: è stato ucciso mentre
correva in aiuto a suor Leonella
Sgorbati, trucidata a Mogadiscio, il 17
settembre scorso. Quel gesto, costato la vita a Mohamed, ha reso vedova sua
moglie e orfani i quattro figli. Di lui non si conosce molto altro. Ma quel che
sappiamo basta per consegnarci una testimonianza di amore estremo che faremmo
bene a non dimenticare.
La stampa di casa nostra ha raccontato il fatto quasi con imbarazzo: una suora
cattolica che dà la vita, per un popolo provato da miserie e guerra, sfidando
quotidianamente il pericolo, è considerato «normale». Non altrettanto il
contrario.
Mohamed Mahamud è la prova che esiste un islam col quale non solo si può
dialogare, ma provare a costruire un mondo diverso. La sua è stata un’offerta
autentica, di segno diametralmente opposto a quella dei blasfemi che si fanno
chiamare martiri, gli "shaid" che si immolano imbottiti di tritolo per le vie di
Gerusalemme, Tel Aviv, Baghdad. Così come blasfema, agli occhi dei veri
musulmani, dev’essere apparsa l’uccisione di una suora cattolica. Che di
sé, ancor prima di essere uccisa, aveva detto: «Io la mia vita l’ho già
donata tutta al Signore il giorno della mia consacrazione».
Il gesto di Mohamed Mahamud scomunica l’islam violento e fondamentalista, che
miete vittime e semina terrore. Come quando l’uccisione dei monaci di
Tibhirine spinse gli algerini a voltare decisamente pagina per contrapporsi all’estremismo
del Gia, così ora la speranza è che la doppia uccisione di una suora e del suo
amico musulmano apra gli occhi a tanti.
Del resto, un altro islam esiste. E sarebbe banale chiamarlo «moderato». Ha il
volto della gente comune, la stessa che ha pianto per Annalena Tonelli dopo la
sua uccisione in Somalia. È gente che vuole la pace, che crede al dialogo della
vita, che cerca - anche se non sempre le riesce - di isolare gli estremisti.
Sette anni fa suor Marzia, una consorella di Leonella, era stata rapita per tre
giorni. Furono le mamme che andavano all’ospedale a ottenerne la liberazione,
circondando la casa dei rapitori.
Si dirà: Mohamed è una splendida eccezione alla regola. Non è così. Per
quanto isolati, i casi di martirio di musulmani in favore dei loro amici
cristiani esistono, anche se pochi lo raccontano. Un altro Mohamed qualche anno
fa mescolò il suo sangue con quello di un cristiano: di cognome faceva
Bouchikhi, era l’autista di monsignor Pierre Claverie. Finirono uccisi insieme
da una bomba il primo agosto 1996. Nel suo diario il giovane aveva scritto,
parlando dei padri, delle suore e del vescovo: «Sono pronto a dare la mia vita
per loro, perché essi hanno dato la loro per gli algerini».
Anche Said Mekbel era un musulmano algerino. Il 27 ottobre 1994, poco dopo l’uccisione
di due suore spagnole, scrisse su Le Matin: «Dalla notizia dell’assassinio
delle due suore spagnole domenica scorsa, ho il capogiro. Come è stato
possibile? È stato forse per ringraziarle per essere rimaste nel nostro Paese e
non aver prestato attenzione a coloro che suggerirono loro di andarsene? (…)
Per molto tempo a venire ci mancherà la preghiera di queste due religiose che
stavano cercando di far inclinare l’ago della bilancia verso la misericordia e
la pace». Le sue parole, piene di coraggio e onestà intellettuale, di lì a
poche settimane gli costarono la vita: negli anni bui dell’Algeria non era
pensabile che si piangessero pubblicamente suore cattoliche.
Ieri l’Algeria, oggi la Somalia. Suor Leonella e Mohamed lasciano un
messaggio: cristiani e musulmani che cercano di condividere la vita devono
mettere in conto la possibilità di unire il proprio sangue nel martirio. Almeno
fino a quando tutti non si imparerà che solo il dialogo apre un futuro.