CONVEGNO ECCLESIALE DI VERONA
Profeti a servizio di questa
Chiesa ![]()
Dal Convegno
di Verona è emersa ancora una distanza
fra Chiesa italiana e mondo missionario.
Gerolamo
Fazzini
("Mondo e Missione", Dicembre 2006)
Un elemento sul quale vale la
pena di riflettere - all’indomani del "Convegno
ecclesiale di Verona"
- è la percezione diffusa di una distanza, che ancora rimane, fra mondo
missionario e Chiesa italiana. L’Italia ha un grande tesoro di «testimoni
della speranza» - migliaia di donne e uomini inviati «alle genti» - ma a
Verona tale tesoro è rimasto sepolto nel campo.
È un peccato di omissione grave. Una Chiesa che nei documenti addita la «missio
ad gentes» come paradigma per la pastorale non può, in un evento importante,
che si tiene ogni dieci anni, chiudersi in un orizzonte provinciale, assillata
pressoché solo dai problemi di casa sua. La Chiesa italiana dice di voler
«aprire il libro delle missioni» e tuttavia sembra avere una gran paura a
imparare dalle Chiese del Sud del mondo. Generosa quanto ad aiuti economici
(sempre meno in persone), appare invece poco disposta a ricevere, a lasciarsi
interpellare e cambiare dall’incontro con altre realtà.
Non basta, però, lamentarsi. Non me ne vorranno padre Curci, direttore di
"Nigrizia", autore di un "j’accuse" circa la scarsa
rappresentanza della componente missionaria al Convegno. Non me ne vorrà l’anonimo
estensore di un commento su "Misna" che, dopo aver giustamente
osservato che a Verona «è mancata una riflessione profonda sulla vocazione
tutta missionaria della Chiesa» e che «dei documenti presentati dagli
istituti, fondazioni e movimenti missionari per la preparazione del Convegno non
si sono trovate vere tracce negli ambiti di discussione», conclude affermando
che «il movimento missionario italiano ha subito un altro smacco». Le
rivendicazioni corporative sono sterili, specie se diamo l’impressione di
difendere la presenza missionaria in termini di «quote».
Se a Verona la missione è rimasta in ombra, una parte di responsabilità non va
attribuita anche al mondo missionario?
A costo di ripeterci: è scarsa la capacità dei missionari di rendere
significativa l’esperienza in missione e di tradurla in termini «pastoralmente
e culturalmente rilevanti».
Da un lato, sentendo alcuni missionari parlare, mi pare che sia spesso
insufficiente il grado di conoscenza effettiva della realtà ecclesiale italiana
di oggi. (Qualche esempio? Circolano molti stereotipi e banalizzazioni sul
«Progetto culturale» e un tema cruciale come la «questione antropologica» è
ignorato o misconosciuto). Dall’altro lato, c’è la fatica oggettiva, e per
molti aspetti comprensibile, che gli stessi missionari compiono nel rielaborare
il proprio vissuto. Più comodo scegliere la via della testimonianza "simil-agiografica",
con un po’ di aneddoti sdolcinati sui poveri oppure la strada, anch’essa in
discesa, della denuncia politica contro le multinazionali, Bush e via
demonizzando.
Come rivista vorremmo dedicare un "surplus" di impegno a far sì
che prenda piede nelle nostre comunità cristiane uno stile di ascolto delle
realtà geograficamente lontane, ma assai vicine in termini di problematiche
pastorali. Penso a temi quali l’iniziazione cristiana, il catecumenato, la
ministerialità della Chiesa, il dialogo con le altre religioni, che oggi
appaiono altrettante sfide anche per l’ultima delle parrocchie del Belpaese.
Sarà - questo - il nostro modo di esercitare «profezia», parola di cui spesso
ci riempiamo la bocca. Se vogliamo esserlo davvero anche in Italia, a servizio
di questa nostra Chiesa, dobbiamo evitare di salire in cattedra o di correre
avanti, esigendo che gli altri ci seguano, in tempi e modi che decidiamo noi. Il
teologo don Franco Giulio Brambilla a Verona ha detto: «Il Nuovo Testamento non
conosce profeti isolati, semmai pionieri che fanno da battistrada e trascinano
dietro di sé la comunità credente».
Vale per tutti, missionari compresi.