Senza
pace non c’è futuro
Il rispetto della persona, immagine di Dio, è alla base della vera pace.
Altrimenti, i diritti umani vengono svuotati del loro senso autentico.
Gerolamo Fazzini
("Mondo e Missione", Gennaio 2007)
«Rispettando la persona si promuove la pace, e costruendo la pace si pongono
le premesse per un autentico umanesimo integrale. È così che si prepara un
futuro sereno per le nuove generazioni». È uno dei passaggi-chiave del
messaggio di Benedetto XVI per la Giornata mondiale
della pace 2007. Un messaggio ampio e articolato, ma con una forte
unitarietà interna e un nucleo centrale chiarissimo: «La persona umana cuore
della pace», come suona il titolo.
Mai chiaramente come stavolta, il Papa - che si rivolge «ai governanti e ai
responsabili delle nazioni» ma anche «a tutti gli uomini e le donne di buona
volontà» - ha rimesso al centro lo strettissimo legame («trascendente
grammatica» lo chiama) tra il rispetto della dignità della persona e la pace.
Non c’è futuro senza pace, dice il Papa; ma non c’è pace senza il
riconoscimento della persona. Ergo: occorre ripartire dalla verità dell’uomo,
immagine di Dio, perché la pace non sia vuoto "slogan" o mero anelito
spiritualista.
All’apparenza, quello di Papa Ratzinger sembra un richiamo formale: chi oggi
non si direbbe d’accordo con la tutela dei diritti umani? «Se però -
puntualizza Benedetto XVI - questi diritti si fondano su una concezione
debole della persona, come non ne risulteranno anch’essi indeboliti?». La
dignità dell’uomo - sottolinea il Papa - sta nel fatto che «nella sua natura
si rispecchia l’immagine del Creatore». Di qui, come per cerchi concentrici,
nascono e si sviluppano i diritti fondamentali, in "primis" alla vita.
È sulla originaria dignità dell’uomo come figlio di Dio che si fondano,
altresì, il diritto alla libertà religiosa - al quale Benedetto XVI dedica un
passaggio cruciale - così come l’urgenza di un’uguaglianza piena, superando
discriminazioni sessuali o ingiustizie nell’accesso ai beni; è sulla
«persona cuore della pace» che si radica l’impegno per una «ecologia umana
e sociale» e la costruzione paziente di un’architettura internazionale a
servizio della pace.
Le conseguenze non sono né poche né di poco conto. Innanzitutto, lottare in
difesa della vita non è meno importante che protestare contro le troppe guerre
che insanguinano il mondo o adoperarsi per abbattere le ingiustizie. Per
converso: non ha senso battersi per l’embrione se questo significa chiudere
gli occhi su tante altre insidie alla vita e alla pace che si verificano oggi
nel mondo.
Ancora. Pensare di risolvere i problemi della pace semplicemente ristrutturando
l’Onu e, in generale, rimodellando i rapporti politici tra Stati sarebbe
miope, sembra dire il Papa. In causa, infatti, siamo chiamati tutti, grandi e
piccoli, politici e cittadini, aziende e consumatori. La pace - ossia «la
capacità di vivere gli uni accanto agli altri tessendo rapporti di giustizia e
di solidarietà» - è qualcosa che ciascuno deve costruire nel suo spazio di
vita, ogni giorno. Perché «la pace è insieme un dono e un compito». E dunque
tutti, in misura diversa, siamo chiamati a farci carico di quanto avviene oltre
il cortile di casa, siano il conflitto del Darfur o le tensioni del Libano.
Tutti, in qualche modo, siamo corresponsabili delle varie emergenze citate dal
Pontefice, dalla fame al pericolo nucleare, dalla violenza brutale delle armi a
quella più sofisticata della bioetica piegata a fini disumani.
Infine. Se «il riconoscimento e il rispetto della legge naturale costituiscono
la grande base per il dialogo tra i credenti delle diverse religioni e tra i
credenti e gli stessi non credenti», quella che si profila è la possibilità
di una nuova alleanza fra tutti coloro che riconoscono l’insopprimibile
dignità dell’uomo, a fronte di chi vede nella persona «una dignità
cangiante» e «diritti sempre negoziabili». Una sfida antica, ma che oggi - in
un contesto com’è il nostro, segnato da fortissime derive tecnologiche ed
economicistiche - assume un significato e una portata inauditi.