PIANETA VANGELO
In territori dove i cristiani sono piccola minoranza, le Chiese, al di
là delle diversità,
stanno scoprendo il valore e la necessità di testimoniare Gesù insieme.
Ecumenismo in Asia, sfida per la missione
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Nel racconto dei religiosi impegnati sul campo,
i segni
concreti di una mentalità nuova,
che oggi si fa strada tra antiche incomprensioni.
Gerolamo Fazzini
("Avvenire", 23/1/’07)
«A volte trovo più difficile illustrare le differenze fra le confessioni
che non spiegare il mistero della Risurrezione di Cristo!». Questa frase
paradossale di padre Alberto Caccaro,
missionario del Pime in Cambogia, dice da sola quanto delicato sia il nesso
"missione-ecumenismo". Beninteso: la divisione fra credenti in Gesù
è di scandalo ovunque, tanto nella cattolica America Latina quanto nell'Europa
secolarizzata o nell'Africa delle mille «Chiese indipendenti». Con ogni
probabilità, è nell'Asia delle grandi religioni, dove i cristiani sono una
minoranza talvolta infinitesimale, che la loro testimonianza riesce ancor meno
credibile allorché, come spesso capita, i credenti si presentano divisi in
Chiese grandi e piccole, non di rado con atteggiamenti denigratori nei confronti
dei «rivali». Tutt'altro clima si respira quando cattolici, protestanti e
membri di altre confessioni uniscono le loro forze, ad esempio nella difesa
della libertà religiosa o per condannare l'estremismo (accade in Pakistan o in
India).
Padre Caccaro ha proposto la sua lucida e disincantata testimonianza nell'ultimo
numero di "Mondo e Missione" (in cui al tema "ecumenismo e
missione" viene dedicato un ampio "dossier"). Scrive il
missionario: «A Prey Veng, la cittadina dove vivo, basterebbero le dita di una
mano, mentre a Kompong Cham, sede della mia diocesi, sono 19 le diverse
confessioni cristiane presenti». Una ricerca "ad hoc" ha mostrato che in Cambogia
non vi sono mai stati seri conflitti interreligiosi (fra cristiani e musulmani o
fra questi e i buddisti), ma ha fatto emergere che da 10 anni a questa parte si
registra una conflittualità tutta interna alle diverse confessioni cristiane.
Padre Caccaro racconta il caso emblematico di Bin-Ho, una donna anglicana,
originaria di Singapore, con alle spalle una dozzina anni di vita e di missione
in Cambogia. «Attorno a lei è nata la Chiesa cristiana indipendente di Prey
Veng. Più tardi arrivarono i metodisti, poi una terza Chiesa chiamata
"Vita Nuova", quindi i battisti coreani e, ultimi, noi cattolici». Il
punto è - spiega padre Caccaro - che «la Chiesa nata attorno a Bin-Ho non ha
legami con l'esterno, nemmeno con la comunione anglicana da cui proviene». In
altre parole, «assistiamo a una diffusa "autoreferenzialità" delle
confessioni non cattoliche. Ne risulta il moltiplicarsi di esperienze di
cristianesimo periferiche, la cui vita può essere breve o meno a seconda delle
vicende personali dei vari pastori».
In contesti del genere, immaginare un cammino di dialogo ecumenico è tutt'altro
che semplice. C'è poi da fare i conti con le zavorre della storia. Lo illustra
con chiarezza un altro missionario del Pime, attivo in Bangladesh: «Qui a Dhaka
- osserva padre Franco Cagnasso, già superiore
generale dell'istituto - a un fratello di Taizé che lo invitava a un'iniziativa
interecclesiale, uno spazientito pastore battista ha risposto: "Ci avete
portato un cristianesimo diviso, ora ci volete costringere a unirci. Prima
annunciamo, poi penseremo a metterci insieme"». Commenta Cagnasso: «C'è
poco da scandalizzarsi, questa risposta descrive ciò che tutti stiamo facendo:
discepoli di Cristo, chiamati a dare al mondo il segno dell'unità, siamo
rassegnati a essere e a evangelizzare divisi». Non mancano, però, i segnali di
speranza: «Una mentalità nuova si è faticosamente fatta strada negli ultimi
decenni. Qua e là è penetrata anche a livello di base dando vita a iniziative
comuni e ad atteggiamenti fraterni». Qualche esempio? Si potrebbero citare i
molteplici tentativi di lavoro comune che, in vari Paesi, vengono condotti dalle
diverse Chiese con organismi "ad hoc" che operano in campo sociale: promozione
della donna, impegno per la pace, lotta contro razzismo e discriminazione sono
alcuni degli ambiti concreti più battuti.
Ma la strada è ancora lunga. E in salita. Penso al recente sbarco di gruppi
"evangelical" brasiliani a Timor Est, di recente descrittomi da una
suora europea. O ai favoritismi (aiuti economici, possibilità di studi
all'estero...) promessi da talune formazioni protestanti in Mongolia per
accattivarsi i giovani. Alla tentazione del facile proselitismo - peraltro -
tutti sono esposti. Cattolici compresi, come qualche mese fa il cardinale
Dionigi Tettamanzi ha ammesso in presenza del patriarca ortodosso Alessio II.
Se, dunque, un appello viene ai credenti dalla "Settimana per l'unità dei
cristiani", in missione esso non può che risuonare con particolare urgenza e
vigore. Perché, come scrive un missionario, «mentre ciascuno di noi pensa di
avere il "monopolio" di Cristo, della sua Parola, della testimonianza, gli
"altri" ci vedono diversi e divisi, ma giudicano a colpo d'occhio
l'insieme così come lo percepiscono. Come noi facciamo nei confronti dei
musulmani».