È nel
dono di Cristo all'uomo, a ogni uomo, l'origine dell'annuncio.
Il pane spezzato esprime la «differenza» cristiana e chiede a chi se ne nutre
una vita nuova!
«Si diventa missionari perché un giorno ci si è innamorati di Gesù. Perciò l'Eucaristia diventa il centro supremo di forza per il missionario, perché in essa Cristo si unisce all'uomo in modo concreto. E questa unione è continua, dura nel tempo: mentre vado in bicicletta in un villaggio, quando da solo cammino lungo le risaie, quando predico il Vangelo o assisto i poveri. È Cristo la forza che mi fa essere il missionario, non ne vedo un' altra». Ci voleva uno come l'autore di queste coraggiose parole, uno come padre Enzo Corba, missionario del Pime, 46 anni in Bangladesh. Ci voleva uno come lui, per testimoniare con parole non scontate quanto forte sia il nesso tra missione ed Eucaristia. Per dire cosa e Chi rende diverso il «lavoro» del missionario e, in generale, la vita del cristiano.
Chi scrive ha avuto la fortuna, del tutto immeritata, di far parte del Comitato che ha curato la preparazione del Congresso eucaristico nazionale, che si terrà a Bari dal 21 al 29 di questo mese sul tema «Senza la domenica non possiamo vivere». È stata un'occasione privilegiata per meditare, approfondire, gustare la ricchezza del dono dell'Eucaristia. In quel contesto ho cercato di esplicitare, alla luce di quanto colgo nelle testimonianze che giungono dalle Chiese del Sud del mondo, il legame tra Eucaristia e missione, nella speranza che ciò fosse evidente nel corso della settimana del Congresso. Ma il risultato non mi sembra all'altezza delle aspettative. Le preoccupazioni pastorali (legittime, per carità) erano molteplici e diversificate... Risultato: nella struttura della settimana di Bari la missione è un po' in ombra. Lo dico con rammarico, senza polemica. Non come rivendicazione corporativa («i missionari hanno avuto troppo poco spazio»), semmai per sottolineare il rischio che il Congresso eucaristico finisca fagocitato da urgenze pastorali importanti, ma limitate all' orizzonte di casa nostra.
Per questo - dicevo - ci voleva un padre Corba per dar conto, con molta più efficacia del sottoscritto, della forza missionaria dell'Eucaristia. Per quanto paradossale possa apparire, proprio laddove Cristo è meno conosciuto appare evidente la peculiarità del Dio cristiano, fattosi vicino in Gesù all'uomo. Vicino al punto da farsi uomo, da farsi pane spezzato. «Quale Dio è così vicino?» si chiedevano i popoli dell' Antico Testamento guardando agli interventi di Jahvè? «Quale Dio è così vicino?» potrebbero oggi, con umiltà e gioia, annunciare i cristiani in un mondo sempre più globale, popolato di fedeli di diverse religioni?
Se i cristiani possono parlare di Dio al presente è grazie alla resurrezione di Cristo e al miracolo, che ogni giorno si ripete, della sua presenza misteriosa nel pane e nel vino. Non si tratta, allora, di «usare», strumentalizzandola, l'Eucaristia come qualcosa da sbandierare sotto il naso di chi non crede in Cristo, una specie di «vantaggio competitivo» del cristianesimo nel supermarket delle religioni. Il punto è, invece, di riconoscere con gratitudine e sorpresa, la grazia di un dono. Un dono che trasforma la vita di chi lo riceve e chiama il cristiano a farsi egli stesso «eucaristia».
«L'Eucaristia, mentre fa comprendere pienamente il senso della missione, spinge ogni singolo credente e specialmente i missionari ad essere "pane spezzato per la vita del mondo"», ha lasciato scritto Giovanni Paolo II nel messaggio per la prossima Giornata mondiale missionaria .
Siamo nell'anno dedicato all'Eucaristia, inaugurato con la "Mane nobiscum, Domine". Al di là di certa retorica e sentimentalismo effimero, un modo concreto e autentico per raccogliere l'eredità di questo grande Papa consiste nel recupero della centralità dell'Eucaristia nella vita cristiana e nell'esperienza missionaria. Perché non c'è missione che non parta da Emmaus.
Gerolamo
Fazzini
("Mondo e
Missione" - Maggio 2005)