VERITÀ E GIUSTIZIA

RITAGLI   L’esecuzione di Saddam: occasione mancata   DIARIO

Uno smacco per la giustizia, un fallimento della comunità internazionale:
l’impiccagione del " raìs" è stata un errore.
Così come l’intenzione degli Usa di proseguire la guerra...

Gerolamo Fazzini
("Mondo e Missione", Febbraio 2007)

Una grande  occasione persa: ecco cos’è stata l’impiccagione di Saddam Hussein. Di colpo è come se le lancette della storia fossero tornate indietro. Sebbene diffusa via Internet e tivù, mezzi di comunicazione per eccellenza del terzo millennio, la scena trasmetteva una brutalità che pensavamo appartenesse irrimediabilmente al passato.
L’eliminazione di Saddam è stata una clamorosa occasione persa per la giustizia internazionale. Gli Stati Uniti si sono lavati "pilatescamente" le mani, adducendo come scusa la sovranità nazionale irachena. E quello che poteva diventare l’esempio di un processo giusto a un dittatore sanguinario, con la partecipazione determinante della comunità internazionale e l’istituzione di un tribunale "ad hoc", si è tradotto così in una cerimonia affannosa il cui esito appariva scontato dall’inizio. Ironia della sorte: nel corso del processo, a Saddam non è stata contestata la pulizia etnica compiuta a danno dei curdi (già, perché in quel periodo, il "raìs" figurava nell’elenco degli «amici»...).
Uno smacco pesante, se solo si pensa che negli ultimi anni la comunità internazionale aveva provato a immaginare - il caso della Sierra Leone è lì a dimostrarlo - nuovi percorsi per coniugare le esigenze di verità, giustizia, riconciliazione. La sconfitta non cancella il sogno di rinnovate istituzioni internazionali a difesa del diritto, semmai ne conferma l’urgenza e l’importanza.
L’esecuzione di Saddam ha, inoltre, riproposto la domanda sulla pena di morte, inammissibile in società che vogliano definirsi civili. Ora l’auspicio è che, spentasi l’enfasi "mediatica", il tema non si ridimensioni, come qualcosa che è passato improvvisamente di moda.
«Sarebbe stato preferibile chiudere Saddam in una cella dove consumasse quel che gli restava da vivere, nell’oblio di una società finalmente libera anche "psicanaliticamente" dalla sua nefasta presenza», ha osservato il "politologo" Vittorio Parsi. L’impiccagione di Saddam è una sconfitta anche per il giovane e fragile Stato iracheno. Pur fisicamente tolto di mezzo, Saddam è riuscito nella sua ultima impresa: quella di trasformarsi in fantasma, incubo, ipoteca sul futuro di un Iraq ancor più spaccato di prima tra sostenitori e avversari del tiranno. «Morirò come un martire», aveva giurato. E così è stato (anche se per noi cristiani il martirio vero è quello di una
suor Leonella Sgorbati, che a Mogadiscio muore invocando il perdono).
Il dittatore iracheno è riuscito a coagulare attorno alla sua vicenda l’odio di tanti. Gli aguzzini di Saddam Hussein - ha scritto Khaled Fouad Allam, docente e opinionista musulmano - «sono caduti nella sua trappola, perché era proprio questo che egli voleva: morire nel martirio di fronte al mondo intero. Martirio per mano degli americani, martirio per mano degli sciiti».
Oltre che dal punto di vista etico, l’eliminazione di Saddam rischia così di rivelarsi un errore di carattere strategico, se è vero che gli esperti vedono spuntare l’ipotesi di una pericolosissima alleanza tra "jihadisti" ed eredi di quel partito "ba’athista", fin qui laico, accomunati dalla medesima avversione agli Stati Uniti.
Uno scenario inquietante, reso ancor più esplosivo dalle ultime, azzardate mosse dell’amministrazione Usa. C’è da scommettere che la decisione di Bush di continuare la guerra in Iraq, con un rinnovato impiego di uomini e mezzi, getterà altra benzina su un Medio Oriente già arroventato di suo. Idem dicasi per l’intervento americano in Somalia, il cui esito di lungo periodo non sarà una pace degna di questo nome.
La domanda su come rispondere al terrorismo islamico - una minaccia reale - senza scatenare guerre tipo Iraq rimane più impegnativa e scottante che mai.