NORD-SUD DEL MONDO
Ci fa ancora trasalire il
grido dei poveri?
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Il quarantesimo
anniversario della «Populorum progressio»,
un’occasione per rilanciare pensiero e azione
in vista della giustizia economica planetaria.
Gerolamo
Fazzini
("Mondo
e Missione", Aprile 2007)
Primavera 2001,
vigilia del G8 di Genova. Sui giornali e in tivù si parla quotidianamente di
fame nel mondo, squilibri Nord-Sud, ingiustizia globale e così via. Pochi anni
dopo, le priorità sono altre: il terrorismo islamico, l’arrembaggio cinese (e
indiano) all’economia mondiale… Temi quali l’aiuto ai Paesi poveri e l’impegno
per la riduzione del debito sono - di nuovo - fanalino di coda nell’agenda
politica.
I quarant’anni dell’enciclica "Populorum
progressio" di Paolo
VI sono una splendida
occasione per riprendere coscienza delle enormi responsabilità che, come
cittadini del mondo ricco, abbiamo verso l’umanità. A maggior ragione in
quanto credenti nel Dio di Gesù Cristo: Colui che si fa invocare «Padre
nostro» esige che ciascuno chiami l’altro «fratello».
Le statistiche dipingono, implacabili, un mondo a due velocità: 1,37 miliardi
di persone, pur lavorando, hanno un reddito inferiore ai 2 dollari al giorno.
Ben 854 milioni soffrono la fame, 820 dei quali in Paesi in via di sviluppo. La
globalizzazione ha sì portato benefici a molti. Rimane il fatto che troppe
persone ancora oggi ne sono vittime anziché beneficiarie e restano escluse dall’accesso
ai servizi di base (istruzione, salute…) e al lavoro. Insomma: a una vita
degna.
L’urgenza e la carica profetica dell’enciclica rimangono dunque intatte a
distanza di tempo: «Quando tanti popoli hanno fame - vi si legge - quando tante
famiglie soffrono la miseria, tanti uomini vivono immersi nell’ignoranza,
quando restano da costruire tante scuole, tanti ospedali, tante abitazioni degne
di questo nome, ogni sperpero pubblico o privato, ogni spesa fatta per
ostentazione nazionale o personale, ogni estenuante corsa agli armamenti diviene
uno scandalo intollerabile. Noi abbiamo il dovere di denunciarlo. Vogliano i
responsabili ascoltarci prima che sia troppo tardi». (n. 53).
È la frase che Focsiv e Caritas hanno scelto per l’omonima Campagna «Prima
che sia troppo tardi», che ha l’appoggio di una galassia di realtà
cattoliche, ivi compresa la "Conferenza degli istituti missionari
italiani" (Cimi). Anche noi di "Mondo e Missione" condividiamo l’iniziativa,
convinti che ci sia bisogno di rilanciare il pensiero e l’impegno per una
giustizia economica mondiale. Il fatto che nel passato si siano date risposte
riduttive, talora ideologiche alla domanda su come si esce dalla miseria non
esime nessuno dal riproporla, anzi.
C’è bisogno, semmai, di un «supplemento di anima» nella lettura della
globalizzazione e dell’economia. L’annuncio e la testimonianza del Vangelo
sono, oggi come ieri, il principale mezzo con il quale la Chiesa contribuisce
allo «sviluppo integrale» delle persone e dei popoli. È questa «la» risorsa
che può mettere in gioco, più che le analisi finanziarie, gli studi strategici
o cose del genere. L’umanesimo cristiano porta in dote una ricchezza
inesauribile di principi ed esperienze all’umanità in cerca di futuro.
Ebbene. Oggi la Chiesa appare giustamente preoccupata di arginare le derive
della "tecno-scienza" che insidia l’ambito della procreazione e di
contrastare modelli di famiglia in palese difformità dal diritto naturale. L’offensiva
di una scienza arrogante e di una cultura individualista non può far
dimenticare che un’altra guerra è in corso e si combatte quotidianamente dove
sono negati l’equa ripartizione delle ricchezze, il diritto alla terra, un
lavoro giustamente retribuito. Una Chiesa «esperta in umanità» non può dare
adito al sospetto che la miseria sia un’emergenza meno grave dell’altra, che
attacca alla radice l’essenza dell’uomo.
Ieri come oggi «i popoli della fame interpellano oggi in maniera drammatica i
popoli dell’opulenza», leggiamo nell’enciclica. E la Chiesa? Ancora
«trasale davanti a questo grido d’angoscia»?