Marocco: riforme ed estremismo
Così Rabat «paga» le sue apertureGerolamo
Fazzini
("Avvenire",
11/4/’07)
Ma il Marocco non era uno dei
Paesi del Maghreb che, negli ultimi anni, più aveva segnato passi in avanti sul
fronte dell'apertura alla modernità? E Mohammed VI non è forse considerato uno
dei "leader" arabi più illuminati?
Interrogativi del genere si affacciano inesorabili alla notizia dell'ultimo
episodio di violenza terroristica che ieri ha avuto per teatro un quartiere di
Casablanca. Per gli inquirenti i protagonisti sono tutti personaggi a vario
titolo coinvolti in attentati di matrice terrorista. Il che confermerebbe
l'esistenza di una rete assai pericolosa e in piena attività, come provato
dall'esplosione dell'11 marzo scorso in un "Internet cafè" della
medesima città.
Da allora ad oggi si sono susseguiti una quarantina di arresti. L'allarme è
comprensibile: si teme che gli estremisti abbiano nel mirino navi straniere
ormeggiate a Casablanca e località, come Marrakesh e Agadir, frequentate da
turisti europei.
Non è tutto. Di origine marocchina sono la maggior parte degli imputati
accusati e dei terroristi rimasti sul terreno nel corso della strage di Madrid
(191 morti).
E se già oggi il Marocco è per molti africani sub-sahariani la porta
d'ingresso per il continente dei loro sogni, in futuro le distanze si ridurranno
ulteriormente: entro fine anno prenderà forma (almeno in termini di
fattibilità) il progetto di un "tunnel" che mira a collegare le due sponde dello
stretto di Gibilterra, avvicinando come non mai Africa ed Europa.
In un contesto del genere, il futuro politico di Rabat e dei Paesi confinanti
tocca da vicino anche il Vecchio continente e l'Italia in modo particolare. Ecco
perché occorre analizzare con molta attenzione quanto accade in quell'area.
Crediamo non sia esagerato affermare che è in corso una svolta in qualche
misura epocale, una transizione tutt'altro che lineare, il cui esito sarà
decisivo per gli anni a venire.
Cambiamenti nel segno della modernizzazione se ne sono visti più d'uno in
Marocco. La salita al trono di Mohammed VI significò il ritorno degli esuli
politici, l'attenuazione della censura e l'apertura di inchieste sulle
violazioni dei diritti umani commesse durante il lungo regno del padre. Con le
elezioni del 2002 una trentina di donne marocchine entravano in Parlamento. Di
lì a due anni veniva approvato un innovativo Codice di famiglia, che sancisce
la parità tra i due sessi in tema di matrimonio e tutela dei figli. Ancora: il
Marocco è uno dei pochi Paesi arabi che danno spazio a giudici donne. E
potrebbe diventare il primo a mettere al bando la pena di morte, se andrà in
porto una campagna in corso per iniziativa di gruppi della società civile.
C'è - però - l'altra faccia della medaglia. Se il nuovo Codice di famiglia ha
significato la legittimazione dell'"esegesi coranica" ("ijtihad")
in senso "progressista", non va dimenticato che rimangono spinte di
segno opposto e resistenze non indifferenti. La terza forza politica del Paese
è un partito di chiara ispirazione islamista, "Adala wa Tanmiya",
(Sviluppo e Giustizia), che conta 42 seggi in Parlamento (triplicati nelle
ultime consultazioni). Uno dei suoi membri, qualche tempo fa, si esprimeva
così: «In Marocco la vita dei musulmani ha deviato dalla retta via. I costumi
e le abitudini della gente sono corrotti. C'è una occidentalizzazione crescente
e una perdita d'identità».
Anche Paesi vicini quali Algeria
e Tunisia - fatte le doverose differenze - si trovano in mezzo al guado, alle
prese con spinte riformiste e infiltrazioni estremiste. Una "tenaglia"
che tiene in ostaggio questi Paesi e ne ipoteca fatalmente il futuro.