25 milioni di sfollati
Un disperato fiume di fantasmiGerolamo
Fazzini
("Avvenire",
17/4/’07)
L'estate scorsa bastarono
poche settimane di guerra tra Israele e Libano a produrre – accanto ai morti
(civili e militari) e alla pesante distruzione delle infrastrutture – l’"effetto
collaterale" di un milione di sfollati, vale a dire il 10 per cento del
totale della popolazione dei due Paesi.
«Quando gli elefanti si affrontano nella savana, è l’erba che ne fa le
spese», recita un proverbio africano. Le cifre contenute in un allarmante
rapporto diffuso ieri dal Consiglio norvegese per i rifugiati (Cnr) lo
confermano: la popolazione civile è quella che paga il prezzo più alto quando
tuonano le armi. Oltre alle vittime dirette, profughi e rifugiati interni sono l’ineluttabile
corollario di ogni guerra. Solo nel 2006 quattro milioni di donne, uomini,
anziani, bambini. Il Medio Oriente, ancora una volta, epicentro del dramma.
Oggi e domani, a Ginevra, promossa dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite
per i rifugiati, si tiene una conferenza internazionale dedicata alle
conseguenze umanitarie della crisi irachena: oltre 700 mila persone fuggite da
casa, che vagano senza meta per il Paese e, dopo secoli di convivenza tra etnie
diverse, si stanno forzosamente riaggregando su nuove basi. Questo fiume di
disperati si aggiunge ai circa 2 milioni di iracheni rifugiatisi nei Paesi
confinanti, Siria e Giordania su tutti.
Ma l’Iraq è la tessera di un mosaico sfortunatamente assai più vasto e dai
confronti assai meno netti e noti. La piaga degli sfollati nel mondo (25 milioni
a fine 2006, l’equivalente di Olanda e Belgio insieme) non riguarda solo i
Paesi in guerra, ma anche tutti coloro che si trovano immersi in conflitti a
bassa intensità. È il caso della Colombia, da quarant’anni nella morsa di
una violenza endemica. Solo pochi giorni fa settemila persone sarebbero scappate
dalle loro abitazioni nella parte sud-occidentale a seguito di scontri tra l’esercito
e i guerriglieri delle "Farc". In Colombia si contano oltre 3 milioni di "desplazados"
su una popolazione complessiva di 42. Un "popolo di fantasmi", senza
diritti né stabilità, come ho avuto modo di constatare di persona, durante un
viaggio in quel Paese tormentato. Mi spiegava un missionario scalabriniano che
per il governo il diritto ad essere considerato sfollato vale per soli 6 mesi,
poi ci si deve arrangiare. Ma il reinserimento della popolazione forzatamente
espulsa da casa per la violenza richiede tempi ben diversi da quelli della
burocrazia. Un altro Paese ostaggio della violenza, e condannato al silenzio
"mediatico", è lo Sri Lanka. Dei suoi 21 milioni di abitanti, almeno
800mila vivono in situazione di precarietà lontano da casa, oltre ai molti
riparati all’estero.
Sfogliando il rapporto ci si imbatte, infine, in Paesi come Sudan e Repubblica
democratica del Congo. Dove formalmente la guerra è conclusa (con l’eccezione
del Darfur), ma in realtà focolai di violenza rimangono accesi. Ecco allora che
gli sfollati – siano essi prodotto della guerra o vittime di pesanti
interventi umani sull’ambiente (pensiamo alla diga delle "Tre gole" in Cina) –
appaiono come cicatrici che sfigurano il volto di un popolo. E le cicatrici
hanno questo di particolare: sono in qualche modo indelebili. Anche quando la
ferita è sanata, la pelle rimane delicata. Anzi, vulnerabile.