IL FATTO
Il 1° luglio
1997 il passaggio alla Cina
come regione ad amministrazione speciale,
secondo la formula «un Paese-due sistemi».
L’anelito a democrazia e libertà.
Tra pochi giorni la marcia per chiedere il suffragio universale.
Il pericolo
più insidioso
viene dall’accettazione supina dei nuovi «padroni».
E dalla confusione tra patriottismo e sostegno al regime comunista.
Gerolamo
Fazzini
("Avvenire",
26/6/’07)
Pochi giorni fa il
"Consiglio legislativo" (Legco) di Hong
Kong ha respinto la
proposta, avanzata dal movimento democratico, di organizzare una marcia unitaria
il prossimo 1° luglio, giorno in cui ricorre il decimo anniversario del
passaggio alla Cina continentale. Nonostante il rifiuto, la marcia si farà
comunque. Con ogni probabilità non assisteremo all'adunata oceanica del 1°
luglio 2003: in quell'occasione, almeno mezzo milione di persone (ma c'è chi ha
parlato persino di un milione) si riversarono per le strade di Hong Kong per
protestare contro una legge per la «sicurezza nazionale» (poi ritirata) che
rischiava di introdurre pesanti restrizioni nelle libertà individuali. Sarà,
tuttavia, l'occasione con la quale si manifesterà il malcontento di quanti non
sopportano l'ombra di Pechino sulla vita politica dell'ex colonia britannica.
Nella quale il 29 giugno arriverà il presidente cinese Hu Jintao, in occasione
del «decennale».
Quanto accaduto nei giorni scorsi è l'esatta fotografia della divisione
all'interno della società, prima ancora che alla classe politica, di Hong Kong.
Una divisione apparsa chiaramente fin dallo storico "handover", (la
«consegna») avvenuto a cavallo tra il 30 giugno e il 1° luglio 1997. Quella
notte, alla presenza dei massimi dignitari della Cina e della Gran Bretagna,
ebbe luogo la festa ufficiale che sanciva il ritorno di Hong Kong dopo l'epoca
coloniale. Issata la bandiera rossa a cinque stelle della Repubblica popolare
cinese, Hong Kong tornava alla madrepatria sotto la formula di «un Paese-due
sistemi» e la promessa di cinquant'anni di autonomia e capitalismo, nella nuova
veste di "Regione ad amministrazione speciale". Mentre l'ultimo governatore, Chris
Patten, si allontanava dal porto di Hong Kong sulla nave Britannia, si chiudeva
così una pagina di storia e si apriva un nuovo capitolo per la città, per
molti aspetti unica al mondo.
Parallelamente alla cerimonia ufficiale, quella stessa notte migliaia di
cittadini si radunarono ad ascoltare il capo storico dei democratici, l'avvocato
Martin Lee, che arringava la folla dal balcone del palazzo del Parlamento.
Cattolico impegnato, Lee dava voce all'«altra» Hong Kong, quella esclusa dai
festeggiamenti ufficiali, quella dei partiti democratici, dei sostenitori dei
diritti umani, delle libertà civili, critici verso il regime di Pechino.
L'appello lanciato allora da Lee è il medesimo che oggi sottoscrivono tanti
esponenti del movimento democratico: il pericolo più insidioso per Hong Kong
viene dall'accettazione supina dei nuovi padroni, dalla confusione tra
patriottismo e sostegno al regime comunista e dall'auto-censura della
popolazione. In questi anni Hong Kong ha assistito a ripetute intromissioni
della Cina nella politica locale. In alcuni casi (come per il famigerato
articolo 23) il soprassalto di coscienza civile ha avuto il sopravvento, in
altri - per esempio in occasione della battaglia sul diritto di residenza dei
nati in Hong Kong da genitori cinesi - l'ha spuntata l'ala più vicina a
Pechino.
L'opinione pubblica stessa sembra oscillare, di volta in volta, fra un
atteggiamento accondiscendente, disposto a chiudere un occhio sulle pressioni
cinesi, e la rivendicazione della propria autonomia, garantita formalmente dalla
formula «un Paese-due sistemi», in virtù della quale Hong Kong gode di un
tasso di libertà diversa da quello che si respira nel resto della Cina.
Il cardinale Joseph Zen,
vescovo di Hong Kong dal 2002, fotografa con efficacia la situazione: «Viviamo
una contraddizione interna. Da una parte, Hong Kong può contare su una
popolazione molto istruita, che ha idee comuni a quelle della comunità
internazionale, anche in tema di diritti e democrazia. Sa che comandano di fatto
i potenti comunisti di Pechino e i ricchi di Hong Kong (il che spiega come mai,
dopo il '97, la distanza tra i ricchi e i poveri sia aumentata). Quando vuole
opporsi alle minacce contro la democrazia, sa farlo. Ma la gente è anche
pragmatica: se l'economia tiene e non ci sono "cause" particolari per
cui battersi, è tentata di rassegnarsi allo "status quo". Il governo, quindi, ha
gioco facile per procrastinare le decisioni più importanti, ad esempio in tema
di suffragio universale».
Quella per il suffragio universale è la battaglia che tiene banco. Nei prossimi
giorni verranno sottoposte alla popolazione tre modalità per arrivare al
suffragio universale, che dovrebbe riguardare sia l'elezione del Parlamento sia
quella del capo del governo. Ci saranno 90 giorni per fare osservazioni. I
sondaggi recenti dicono che la maggioranza della popolazione sia favorevole a
questo obiettivo, ma la "leadership" si guarda bene dal promuovere un
"referendum"
per verificarlo. L'attuale meccanismo permette a Pechino di influenzare la
scelta della maggioranza dei seggi e, di conseguenza, di orientare le scelte
politiche. Proprio in virtù di questo, alle recenti elezioni per il capo
dell'esecutivo la vittoria è andata al candidato "pro-Cina", il
cattolico Donald Tsang, affermatosi nel marzo scorso con ben 649 voti a favore
su 795 votanti. La marcia del 1° luglio avrà come parola d'ordine
l'introduzione del suffragio universale entro il 2012. Dieci anni or sono, al
momento della riunificazione con la Cina, la data prevista era il 2008, ma le
autorità di Pechino si sono rimangiate la decisione, rimandando il cambiamento
"sine die". Il braccio di ferro continua. Chi vincerà la partita
determinerà il futuro dell'ex colonia.