Il 15 dicembre 1958, in
un discorso sulla Cina ai cardinali, Giovanni XXIII, il "Papa buono",
parlò di un «un funesto tentativo di scisma» in merito a «coloro che,
cedendo alle imposizioni dei persecutori, hanno accettato una consacrazione
episcopale sacrilega». Oggi Papa Ratzinger, già a capo dell'ex "Sant'Uffizio"
(come polemicamente ricordano spesso i "media"), scrive ai cattolici
cinesi usando toni completamente diversi. Pur conoscendo l'esistenza di due
comunità, impropriamente chiamate "clandestina" e
"ufficiale", egli si rivolge a «una Chiesa». E se non nasconde i
tormenti di ieri, i problemi di oggi e le sfide all'orizzonte, mai la parola
"scisma" affiora in questa Lettera, che non è "eufemistico" definire
una delle pietre miliari del magistero di Benedetto
XVI.
Lascia quindi l'amaro in bocca constatare come i "media" italiani non
abbiano riservato al documento l'attenzione che merita. Quello diffuso sabato è
un testo che costituisce inequivocabilmente un punto di non ritorno, non
soltanto perché il Papa scrive che «con la presente Lettera revoco tutte le
facoltà che erano state concesse per far fronte a particolari esigenze
pastorali» e «tutte le direttive di ordine pastorale, passate e recenti». Ma
soprattutto perché è un testo completamente volto in avanti, a scandire i
passi del futuro.
Per cogliere la portata del documento va ricordato che, dopo l'annuncio nel
gennaio scorso, ci fu chi dichiarò che il Papa rischiava non poco decidendo di
esporsi in prima persona con un interlocutore come Pechino. Meglio sarebbe stato
- era opinione di alcuni osservatori - affidare a un organismo vaticano la
"paternità" del documento, come già avvenuto nel 1988, quando "Propaganda
Fide" inviò a tutti i vescovi del mondo le "Direttive della Santa
Sede su alcuni problemi della Chiesa in Cina continentale".
Benedetto XVI ha scelto invece di esporsi, consapevole della posta in gioco:
"colosso" economico e protagonista dello scenario politico, la Cina di oggi (e di
domani) è un interlocutore "ineludibile". Così, a 25 anni di
distanza dalla "Caritas Christi" di Giovanni Paolo II, destinata - si
badi - «ai vescovi di tutto il mondo», la Lettera di Ratzinger è rivolta «ai
vescovi, ai presbiteri, alle persone consacrate e ai fedeli laici della Chiesa
cattolica nella Repubblica Popolare Cinese».
Benedetto XVI sa bene che, contrariamente a una certa "vulgata", il popolo cinese
non è insensibile al fascino del Vangelo. Non gli è ignoto il «crescente
interesse per la dimensione spirituale e per la religione, particolarmente per
il cristianesimo» che si registra in Cina «specie fra i giovani». Egli però
non si nasconde che la terra cinese, in cui il Vangelo fu seminato fin dal VII
secolo d.C., è oggi alle prese con «la tendenza al materialismo e
all'edonismo».
Quel che sta a cuore al Papa è il destino della missione in Cina e non la
competizione con il governo, sebbene sia notorio che la Chiesa cattolica abbia
diverse e profonde obiezioni al modello di sviluppo adottato dal governo cinese.
Ma Ratzinger assicura Pechino: «La Chiesa cattolica che è in Cina ha la
missione non di cambiare la struttura o l'amministrazione dello Stato bensì di
annunziare agli uomini il Cristo». La sorte per il futuro del Paese, il suo
sviluppo umano e integrale gli è a cuore non meno che alle autorità di
Pechino.
Quando riafferma la sua autonomia in ambito spirituale, quando rivendica la
necessità di provvedere in libertà alla nomina dei vescovi e così via, la
Chiesa, pertanto, «non chiede nessun privilegio». Ma «unicamente di poter
riprendere il dialogo», in un clima e con uno stile - come rimarcato in più
punti - di «carità e verità».
Mano tesa e voce ferma: così la Chiesa cattolica si presenta alla Cina. Ora
tocca a Pechino rispondere. Stavolta non si potrà dire che non s'è fatta
chiarezza.