Hong Kong - La missione a dieci anni dal passaggio sotto Pechino
I vorticosi
cambiamenti politici e sociali
hanno creato nuove opportunità di evangelizzazione.
Si stanno aprendo inediti spiragli di testimonianza del Vangelo.
Gerolamo
Fazzini
("Mondo e Missione", Agosto-Settembre 2007)
Dieci
anni or sono, di questi tempi, negli ambienti cattolici, nelle case dei
missionari e dei religiosi di Hong Kong (e non solo) serpeggiava un clima di
grande incertezza, in alcuni casi di velato timore se non, addirittura, di
aperto pessimismo. Il passaggio dell’allora colonia britannica alla Cina
poneva fatalmente una domanda: cosa sarebbe cambiato per la Chiesa locale e per
i destini della missione? Conoscendo la politica religiosa di Pechino, c’era
chi temeva che anche in Hong Kong sarebbero stati introdotti controlli e
restrizioni sull’attività di evangelizzazione. In quegli anni, l’agenzia
cattolica “Uca News”, che copre l’intera Asia, spostava prudentemente il
“quartier generale” a Bangkok, peraltro lasciando a Hong Kong il “China
desk”, una redazione di una decina di persone.
Ebbene, a distanza di dieci anni, quale bilancio? Se non sono mancati ripetuti
segnali di eccessiva e interessata «attenzione» delle autorità di Pechino
sulla vita politica di Hong Kong, va però detto che sul piano dell’esercizio
della libertà religiosa l’ex colonia ha mantenuto la sua peculiarità. E non
pochi benefici, tutt’altro che prevedibili, si sono avvertiti nell’ottica
della “missione-Cina”. Come conferma questo giro di orizzonte che “Mondo e
Missione” ha realizzato col contributo di vari missionari e missionarie sul
campo.
Madre Marie Remedios, superiora delle “Figlie della carità” (Canossiane),
esordisce così: «Dall’iniziale apprensione di alcune sorelle, soprattutto
coloro la cui famiglia aveva avuto esperienze di dolore, si è passate a una più
grande fiducia e distensione per quanto riguarda il futuro. Ora tutto è
tranquillo, pur mantenendo la consapevolezza di un governo diverso». Le
Canossiane sono tra le veterane della
L’ambito educativo è quello che assorbe le maggiori energie: le Canossiane
gestiscono infatti 20 scuole, dalla materna al “pre-università”, che
comprendono più di 22 mila studenti, per la stragrande maggioranza non
cattolici. Sono attive anche nel campo dell’evangelizzazione, nelle
parrocchie, nella cura dei malati (alcune suore lavorano in due ospedali
cattolici in Hong Kong) e nella pastorale dei carcerati.
Dopo l’annessione di Hong Kong alla Cina, cosa è cambiato? «Possiamo parlare
di una nuova mentalità nell’azione apostolica: la visione di un grande campo
da evangelizzare, la Cina», è
Col tempo il clima è cambiato: «Negli ultimi anni - spiega madre Remedios - le
suore con familiari in Cina hanno viaggiato frequentemente nel continente e in
queste occasioni hanno iniziato attività di promozione umana (ad esempio,
insegnamento dell’inglese, formazione degli insegnanti locali, cura degli
handicappati, tirocinio delle infermiere, ecc.). In queste attività sono stati
coinvolti anche alcuni laici nostri collaboratori e le studentesse delle nostre
scuole. Da questi incontri sono nati anche scambi culturali formalmente
stabiliti tra organizzazioni scolastiche di Hong Kong, di Macao e
Uno degli ambiti cruciali di servizio è quello della formazione delle religiose
in Cina. Anche le Canossiane sono coinvolte in questo: «Abbiamo realizzato un
programma formativo “ad hoc” per suore locali, che richiedevano il nostro
intervento in questo campo». Un aiuto non trascurabile - ci dicono da più
parti - viene da alcuni laici che facilitano gli spostamenti delle suore e dei
seminaristi, oppure si incaricano di portare libri…
Madre Marie Remedios aggiunge una sottolineatura molto interessante: «Anche se
non ci è stato ufficialmente richiesto un impegno in tal senso, ci sentiamo
“ponte” tra la Chiesa ufficiale e quella clandestina, perché con la nostra
accoglienza indistinta di tutti riusciamo ad abbattere pregiudizi e a nutrire
sentimenti di riconciliazione».
I missionari francesi delle “Missions étrangères de Paris” (Mep) sono una
presenza storica nel panorama di Hong Kong. Oggi la comunità conta una dozzina
di presenze: quattro operano in parrocchia, sei sono impegnati nella pastorale
giovanile, uno segue la comunità francofona, un padre è direttore spirituale
del seminario diocesano, uno - infine - si prende cura della comunità
filippina, composta specialmente da giovani donne emigrate per lavoro, in
larghissima parte cattoliche. Il giovane padre Bruno Lepeu, a Hong Kong da 13
anni, è il vice-responsabile (il responsabile è padre Pierre Lam, origine
cinese). Spiega: «I contatti con la Cina? C’erano anche prima del ’97;
certo il “ritorno” ha facilitato le cose. Abbiamo sviluppato molto i legami
con i giovani. L’ambito scolastico è quello che mostra opportunità
favorevoli, anche grazie agli scambi fra studenti. Alcuni giovani che arrivano
in Hong Kong dalla Cina interna non vogliono far notare la loro provenienza e
cercano di integrarsi il più rapidamente possibile. Noi li incontriamo nelle
scuole e li accogliamo così come sono».
Suor Maria Ko Ha Fong, delle “Figlie di Maria ausiliatrice” (Salesiane), è
una biblista molto nota. Cinese, originaria di Macao, risiede a Roma (insegna
alla “Pontificia facoltà di scienze dell’educazione Auxilium” e tiene
regolarmente corsi accademici all’“Holy Spirit Seminary” di Hong Kong), ma
da oltre dieci anni viaggia spesso in Cina. In passato, ha insegnato in vari
seminari in Cina; ora si limita a incontri informali con il clero e le
religiose. «Una nuova opportunità di lavoro pastorale che si sta aprendo con
la Cina - spiega - è legata al rapporto con le università statali cinesi e in
particolare al dialogo con gli studiosi che vi operano. Due anni fa abbiamo
promosso un convegno all’“Holy Spirit Seminary” di Hong Kong con un gruppo
di intellettuali da varie parti della Cina sensibili ai temi cristiani, primo
passo di un lavoro a lunga gittata e i cui frutti si vedranno nel tempo.
Personalmente considero questa “pista” molto feconda, anche se richiede di
investire molte energie (forse superiori a quelle che la Chiesa di Hong Kong può
esprimere). Insieme abbiamo anche fondato un’associazione culturale, il cui
nome cinese significa qualcosa come “scrutare le culture primordiali”
(l’abbiamo tradotto con il nome coniato “ad hoc”, “Philarchisophia”).
In altre parole, l’orizzonte entro il quale ci collochiamo è quello
dell’approfondimento dello studio delle tre grandi culture antiche che hanno
dato origine ad altre culture del mondo: cinese, ebraica e greca. Naturalmente,
nell’affrontare e approfondire queste ultime è inevitabile far riferimento
alla filosofia greca e alla tradizione cristiana che ne ha raccolto l’eredità.
Sempre stando sul piano squisitamente culturale, insomma, un’attività di
questo tipo ci permette di presentare il cristianesimo nei suoi tratti
essenziali. Nel corso del convegno citato, ad esempio, si era scelto il tema dei
libri classici: in tal modo è stato possibile parlare anche dello studio della
Bibbia e di quanto ad esso correlato (esegesi, ermeneutica…)».
Continua suor Ko: «A Hong Kong, già da alcuni anni, è stato creato un corso
di licenza, grazie al fatto che l’“Holy Spirit Study Centre” è affiliato
all’Urbaniana. Finora, oltre ad alcuni laici di Hong Kong, solo tre preti
cinesi ne hanno usufruito. L’“Holy Spirit Seminary”, con il sostegno
dell’“Università Urbaniana” a cui è affiliato, ha creato da alcuni anni
un corso di licenza in teologia. Si tratta di un’opportunità rivolta in modo
particolare a preti e suore cinesi che vogliano avere una formazione teologica
di un certo livello. Purtroppo il permesso di studiare a Hong Kong non viene
loro dato con facilità; finora, solo tre preti dalla Cina hanno potuto
usufruirne».
«Formazione permanente e aggiornamento teologico-pastorale rappresentano
altrettante emergenze per la Chiesa cinese. Le comunità religiose femminili lo
sanno bene ed è per questo che, attraverso contatti informali, esse supportano
come possono le sorelle cinesi».
Sempre all’“Holy Spirit Study Centre” - spiega suor Ko - è stato avviato
da alcuni anni un corso a distanza via Internet, che conta centinaia di iscritti
in Cina: un altro piccolo ma significativo «ponte» tra le Chiese.
«C’è poi uno scambio che avviene, per così dire, per “osmosi” -
conclude la Salesiana cinese - uno scambio difficile da quantificare. Mi
riferisco al movimento dei turisti. Tra i cinesi che viaggiano in Hong Kong ci
sono anche alcuni cristiani; costoro, a volte, approfittano del soggiorno per
acquistare libri religiosi introvabili in Cina. Il canale turistico è forse una
“porta” che andrebbe valorizzata meglio».
Anche suor Sandra Covini, delle “Missionarie dell’Immacolata” (Pime),
tocca il tema della mobilità e delle sue ripercussioni. «Le frontiere sono più
aperte rispetto a dieci anni fa. Con la carta d’identità elettronica, alla
frontiera per la Cina, code e attese sono ormai un ricordo. Un bene o un male
dal punto di vista pastorale?» Difficile rispondere. «È un fatto che la
Chiesa di Hong Kong sta cercando di aprire un po’ gli occhi (e il cuore) dei
fedeli sulla reale situazione della Cina, educandoli e spingendoli in quelle
situazioni di bisogno come i villaggi di lebbrosi, le poverissime scuolette di
villaggio, la situazione delle periferie delle cittadine del Guandong, che si
gonfiano di gente che dal resto della Cina vi si riversa, cercando
l’“Eldorado”».
Continua: «Il senso missionario verso la Cina è abbastanza forte nelle comunità
cristiane di Hong Kong». «Spesso - conferma una consorella che vuol mantenere
l’anonimato - alcuni uomini d’affari che lavorano abitualmente oltre confine
si presentano di loro spontanea volontà con frasi del tipo: “Ho un’attività
economica in Cina, come posso rendermi utile alla Chiesa?”».
C’è però un rovescio della medaglia, osserva suor Sandra. «Dalla nostra
zona dei Nuovi territori, a ridosso del confine, sono tantissimi gli uomini che
trovano lavoro in Cina (operai, ma anche ingegneri specializzati e alti quadri).
Se il luogo di lavoro è a qualche ora da Shenzen e non ci sono mezzi pubblici
comodi, devono rimanere lontano da casa dal lunedì al venerdì sera. A noi
suore capita molto spesso di dover consolare le mogli che sanno o immaginano la
vita dei loro mariti lontani dalla famiglia! Sono purtroppo tante le famiglie
anche cattoliche che vengono rovinate da queste situazioni...». E aggiunge: «D’altra
parte sappiamo bene che le donne della Cina cercano in tutti i modi di ottenere
la cittadinanza di Hong Kong, ad esempio, sposando un cittadino residente. Ma,
una volta al di qua della frontiera, non sono purtroppo interessate alla
famiglia, quanto ai benefici che possono trarne...».
Alla luce di tale situazione - conclude suor
«L’evangelizzazione in Cina? Si realizza non tanto con le grandi strutture,
ma attraverso piccole vie. Le donne sono molto brave in questo: quando le porte
sono chiuse, trovano spiragli inattesi… Anche in futuro questa sarà una
strada privilegiata per la testimonianza
( Hanno collaborato Laura Badaracchi e Anna Pozzi )