Mappa del "vietato credere"
È un giro del mondo insolito e politicamente scorretto
quello che, da qualche tempo, alla vigilia dell'estate, l'associazione Aiuto
alla Chiesa che soffre propone all'opinione pubblica italiana. Proprio quando
tanti partono alla volta di mete esotiche, puntualmente il "Rapporto sulla
libertà religiosa nel mondo" apre squarci su angoli del pianeta che non
compaiono nei cataloghi patinati: situazioni e vicende che, se non totalmente
ignorate, spesso vengono colpevolmente sottovalutate dai media. L'edizione 2005
offre una serie di amare conferme e, al tempo stesso, fa balenare timide
speranze. Una fotografia in chiaroscuro, insomma, nella quale luci e ombre si
confondono anche all'interno dello stesso Paese.
Alcuni Paesi comunisti (tra questi la Cina, il Vietnam, il Laos e Cuba) e
diversi tra quelli islamici o a forte presenza musulmana (Pakistan e Arabia
Saudita in testa, ma anche la Nigeria, dove in alcuni Stati vige la sharia)
si confermano scarsamente rispettosi della libertà religiosa: a farne le spese
sono i cristiani (cattolici e protestanti), ma anche esponenti di altre fedi,
qualora il loro credo sia in qualche modo inteso come "minaccia" alla
stabilità politica.
Sfogliando il Rapporto di Acs, tuttavia, c'è modo di captare piccoli segnali di
novità. In India la virulenza del radicalismo musulmano ha conosciuto negli
ultimi mesi un allentamento, dopo la sconfitta del partito fondamentalista
induista; in Qatar si registra qualche apertura verso i cristiani (nel 2006
aprirà la prima chiesa cattolica); in Georgia è stato posto un freno
all'estremismo che colpiva le minoranze religiose. Ma il voluminoso dossier di
Acs (la cui lettura andrebbe raccomandata nelle cancellerie e nelle redazioni),
smentisce anche taluni stereotipi. Ad esempio, quello che vuole i Paesi a
maggioranza buddista oasi di pace e armonia. Così non è: in Sri Lanka - dove i
buddisti superano i due terzi della popolazione - continuano le resistenze
all'attività apostolica di cattolici e protestanti; in Myanmar non si è
fermata la persecuzione delle minoranze cristiane e musulmane. Eppure quando i
media di casa nostra si occupano dell'ex Birmania è per dar conto della
coraggiosa lotta di Aung San Suu Kyi. Operazione lodevole, ma a senso unico: chi
mai si ricorda di quella Chiesa, che pure manifesta, nonostante le restrizioni,
una sua vivacità?
Il fatto è che in tema di libertà religiosa, anche in Occidente c'è molta
strada da fare, almeno sul versante culturale: quanto infatti è condivisa e
acquisita l'idea che il diritto ad esprimere liberamente la propria fede (nel
rispetto delle leggi, beninteso) appartiene alla sfera dei diritti originali e
basilari della persona e non è una concessione benevola dello Stato?
Ieri, durante la presentazione del rapporto, è emerso che neppure l'Europa -
che si dovrebbe dire fiera delle proprie radici - ha piena coscienza della
libertà religiosa. Una cultura impregnata di relativismo morale misto a un
laicismo talora aggressivo rischia di estromettere - di fatto - la presenza
cristiana nella società e nella politica. C'è da chiedersi - è l'allarme
lanciato ieri da alcuni - se tale atteggiamento («la pretesa che una società
democratica debba relegare al puro ambito delle opinioni personali i credo
religiosi dei suoi membri e le convinzioni morali derivanti dalla fede», per
usare le parole di Wojtyla in un discorso del 1995), non rappresenti un rischio
troppo grosso per società che si vogliono definire democratiche.
Gerolamo Fazzini
("Avvenire" - 1/7/2005)