"Cina-Vaticano, quali speranze?":
Intervista a P. Angelo Lazzarotto su "Vatican Insider"!

Cina - La "Lettera" di Benedetto XVI ai cattolici cinesi

RITAGLI   
Una bussola per il futuro    SPAZIO CINA

Una parola autorevole, che fa chiarezza all’interno della Chiesa.
Una mano tesa a Pechino, senza cedimenti.
Un esperto commenta il documento.

P. ANGELO LAZZAROTTO, Missionario del Pime in Cina e ad Hong Kong, ed esperto Sinologo!

Gerolamo Fazzini
("Mondo e Missione", Ottobre 2007)

LETTERA ALLA CHIESA CATTOLICA DELLA CINA

A tre mesi dalla pubblicazione, appare sempre più chiaro che la "Lettera" scritta da Benedetto XVI «ai vescovi, ai presbiteri, alle persone consacrate e ai fedeli laici della Chiesa cattolica nella Repubblica Popolare Cinese» è un documento di grande  importanza, una parola autorevole attesa da molti, che contribuirà in modo decisivo al cammino della Chiesa cinese. Una pietra miliare e, al contempo, una bussola per il futuro.
Per coglierne appieno significato e valore abbiamo intervistato
padre Angelo Lazzarotto, missionario del Pime e sinologo.

Perché Benedetto XVI ha deciso di scrivere la "Lettera" ai cattolici cinesi proprio ora?

La genesi della Lettera risale ad alcuni anni fa: da tempo si sentiva il bisogno in Cina di avere indicazioni chiare su vari problemi della Chiesa. Papa Benedetto XVI nel gennaio scorso ha convocato a Roma un gruppo di vescovi e cardinali, con i membri delle Congregazioni vaticane interessate. Tra le importanti questioni da affrontare c’era, per esempio, quella della "liceità" di partecipare ai sacramenti celebrati da ministri che collaboravano con il governo comunista. La situazione si era aggravata nell’ultimo anno, a causa di alcune ordinazioni episcopali, fatte per imposizione delle autorità politiche senza l’approvazione del Santo Padre. Nella sua Lettera, Benedetto XVI si preoccupa sia di rafforzare l’unità della Chiesa sia di aprire un dialogo con le autorità del Paese.

Com’è stata accolta la Lettera del Papa dai cattolici cinesi?

Nelle comunità ecclesiali c’era molta attesa e, allo stesso tempo, una certa preoccupazione. Gli echi che stanno arrivando dalla Cina confermano che sia i cattolici ufficiali, riconosciuti dal governo, sia quelli che hanno sofferto e si sentono emarginati, tutti hanno potuto cogliere l’amore e la sollecitudine del Papa! Egli parla chiaramente e con grande coraggio sia delle esigenze che l’appartenenza all’unica Chiesa pone a tutti i fedeli, sia dei rapporti che la Santa Sede intende avere con le autorità politiche. E bisogna dire che Benedetto XVI lo fa in modo paterno e dialogante.

Non è un mistero che esistano ancora lacerazioni fra le due comunità ecclesiali (ufficiale e clandestina) e pure dentro ciascuna di esse. Come si pone la Lettera nei confronti di questa situazione e quale soluzione propone Benedetto XVI per sanare le divisioni?

Oltre alla debolezza umana dei cristiani, una delle ragioni della divisione esistente all’interno della Chiesa cinese - che il Papa cerca di risolvere - ha origine nel modo equivoco col quale il governo attua la libertà religiosa. Un esempio: le autorità hanno sempre impedito l’organizzazione di un sinodo o un concilio della Chiesa cinese dove i cattolici potessero discutere tra loro, senza interferenze, per risolvere i vari problemi. Ogni vescovo, ogni sacerdote ha dovuto decidere da solo, secondo la propria coscienza, cosa fare anche in difficili situazioni. Questo è stato un dramma per molti. Io ho conosciuto dei vescovi e dei sacerdoti che all’inizio avevano accettato di subire le limitazioni imposte dallo Stato attraverso l’"Associazione patriottica" e si sono poi pentiti e altri che si sono trovati su posizioni opposte. Il Papa non condanna nessuno, ma con grande chiarezza richiama tutti all’unica fede in Gesù, che, fondando la Chiesa su Pietro, ha posto l’amore come segno dei suoi discepoli. Benedetto XVI a tutti chiede di fare un passo indietro, se si sono sentiti vittime di tante ingiustizie, e di offrire il perdono ai fratelli che sono su posizioni politicamente diverse.

Ammetterà che non è facile! Un conto è ribadire la tensione all’unità, come hanno fatto anche i predecessori di Benedetto XVI, un conto è affrontare la situazione concreta, segnata da problemi oggettivi...

È certo un grosso problema, ma non può essere evitato. La Lettera del Papa è anzitutto un appello fatto sulla fiducia nella potenza del mistero pasquale, una sfida che richiede il sostegno di tutta la Chiesa. Per questo il Pontefice chiede a tutti i fedeli del mondo di mettere i cattolici cinesi al centro delle loro preghiere e stabilisce il giorno 24 maggio, festa di Maria Ausiliatrice, come giornata di intercessione per la Chiesa di Cina.

Nonostante tutto, dalla Lettera di Benedetto XVI traspare una grande fiducia nella Chiesa cinese…

Il Papa la considera una Chiesa missionaria e guarda avanti, fiducioso che potrà diventare un punto di luce per l’Asia e per tutto il mondo. L’auspicio è che la politica di liberalizzazione del governo consenta ai cristiani cinesi di partecipare alla vita delle Chiese dell’Asia e di collaborare apertamente con la Chiesa universale.

Cosa intende il Papa quando parla delle «facoltà state concesse per far fronte a particolari esigenze pastorali, sorte in tempi veramente difficili», affermando che sono revocate?

In passato ci furono fasi (come la "Rivoluzione culturale") di persecuzione totale, per cui la Santa Sede aveva esteso alla Chiesa cinese alcune facoltà speciali già concesse alle Chiese perseguitate nell’Europa orientale. Ma ora la situazione è cambiata: c’era bisogno di rivedere tutto.

La Santa Sede ha usato la cortesia di inoltrare alle autorità cinesi la Lettera del Santo Padre una decina di giorni prima della pubblicazione ufficiale. Come sono state le reazioni di Pechino?

Quelle ufficiali piuttosto caute. In un incontro con i giornalisti, all’indomani della pubblicazione, il portavoce del ministero degli Esteri si è limitato a ripetere le due solite richieste: rottura dei rapporti con Taiwan e non ingerenza negli affari interni cinesi. Il portavoce dell’"Associazione patriottica", il laico Liu Bainian, ha ripetuto: «Andremo avanti con le ordinazioni episcopali», senza però spingere oltre. Si tratta di posizioni in certo senso scontate, che mostrano forse un certo imbarazzo del governo.

Le autorità di Pechino hanno oscurato vari siti cattolici che riportavano il testo della Lettera in cinese. Perché si oppongono alla sua diffusione?

Hanno paura della Lettera, perché dice chiaramente che cosa devono fare i cattolici cinesi per potersi chiamare cattolici. Il Papa non vuole, con essa, lanciare una sfida politica al governo, ma semplicemente ricordare che cosa vuol dire essere cattolici. Se la Costituzione cinese riconosce (all’articolo 36) la libertà religiosa e il diritto di ogni cittadino di credere o non credere in una determinata religione, le autorità politiche possono forse costringere i cattolici a non essere tali in senso pieno? Questa domanda di Benedetto XVI pone le autorità cinesi di fronte a una scelta chiara.

Citando il Concilio, la Lettera afferma che «nel proprio campo, la comunità politica e la Chiesa sono indipendenti e autonome l’una dall’altra». È possibile che uno Stato totalitario come la Cina, governata dal "Partito comunista", riconosca tale affermazione?

Si tratta, certo, di un discorso difficile da recepire da governanti comunisti. Da Pechino hanno sempre guardato al Papa di Roma non come al "leader" di una Chiesa che ha carattere universale, ma come capo del piccolo Stato del Vaticano. I governanti cinesi sarebbero ben contenti di aggiungere fra i tanti rappresentanti dei Paesi che hanno un’ambasciata a Pechino anche un rappresentante della Città del Vaticano, ma fanno fatica a capire il carattere sovranazionale del ministero del Papa. Benedetto XVI li invita al dialogo. Parlando del proprio diritto-privilegio di nominare i vescovi, spiega che questo non deve essere visto come un atto d’interferenza negli affari interni di un Paese, in quanto anche documenti internazionali lo considerano un elemento costitutivo del pieno esercizio del diritto alla libertà religiosa, perché corrisponde alla natura della Chiesa cattolica. E ricorda che tutti i Paesi che hanno i rapporti diplomatici con la Santa Sede (e sono quasi tutti i Paesi del mondo) riconoscono tale diritto.

Il 23 agosto scorso mons. Giulio Jia Zhiguo, vescovo «clandestino» di Zhengding (Hebei) è stato arrestato - riferisce "AsiaNews" - per impedirgli di diffondere la Lettera del Papa. Solo poche settimane prima, la nomina a vescovo di Pechino di padre Giuseppe Li Shan veniva salutata dalla Santa Sede come un fatto positivo. Come si spiega questa ambivalenza di segnali?

Il governo non ha forse ancora scelto come reagire alla mano che il Pontefice tende, trattandosi di una decisione impegnativa. Bisogna ricordare che gli oltre 70 milioni di membri del "Partito comunista cinese" non costituiscono un blocco "monolitico", come potrebbe sembrare. Buona parte degli iscritti aderisce a qualche religione o partecipa a pratiche religiose, anche se gli statuti del partito proibiscono ai membri di professare qualsiasi religione. D’altra parte, l’ala ideologicamente più a sinistra e intransigente all’interno del partito e del suo Comitato centrale è ancora molto forte.
Anche tra gli alti funzionari ci sono dei "tecnocrati" più liberali e altri meno. Il presidente Hu Jintao, piuttosto pragmatico, deve fare i conti anche con la parte più conservatrice e più legata all’ideologia.

Si sa che le relazioni tra la Cina e il Vaticano sono pesantemente condizionate dall’organizzazione statale chiamata "Associazione patriottica", che da 50 anni controlla la vita della Chiesa. Perché?

L’"Associazione patriottica dei cattolici cinesi" (Apcc), che in luglio ha festeggiato - per la verità sottotono - il cinquantesimo anniversario di fondazione, è una delle strutture volute fin dai tempi di Mao Zedong per controllare le varie religioni dal di dentro. Un obiettivo di queste Associazioni è di eliminare tutti i gruppi di credenti non riconosciuti dalle autorità. Quella dei cattolici, con la scusa del patriottismo, è riuscita a sostituirsi praticamente alle autorità legittime della Chiesa, condizionando tutto. Essa non nasconde nei propri statuti il disegno di creare in Cina una Chiesa che non abbia bisogno di dipendere dall’estero, e che sia quindi «autonoma», «indipendente» e «autogestita». La Lettera del Papa afferma esplicitamente che un cattolico non può accettarlo.

Il presidente Hu Jintao ripete spesso di voler costruire una «società armoniosa». Perché allora viene tollerata l’attività della "Associazione patriottica" che rompe l’«armonia sociale»?

L’"Associazione patriottica" ha in mano anche le finanze della Chiesa e ci tiene a non perderne il controllo. Esiste poi la struttura ufficiale dell’"Amministrazione degli affari religiosi", che dipende direttamente dal Consiglio di Stato e che da Pechino si ramifica a livello di province, città e comuni, con centinaia di migliaia di funzionari. Tutti costoro hanno interesse a dimostrare che sono indispensabili per salvaguardare il prestigio e gli interessi della patria; e lo fanno attraverso l’Associazione.

C’è speranza che la Lettera rappresenti un asso nella manica per la corrente più aperta e meno «ideologica» dei politici cinesi?

È la speranza di molti, sia dentro che fuori la Cina. Con i "Giochi olimpici" ormai alle porte, i dirigenti sanno che gli occhi del mondo sono puntati su Pechino e non è escluso che il XVII Congresso del "Partito comunista cinese" - convocato per metà di questo mese - tenti di affrontare, fra i temi cruciali, anche quello dei problemi riguardanti la Chiesa cattolica e il rapporto con il Vaticano. Ma sarebbe una scelta epocale, un vero miracolo. Non deve essere quindi preso come un luogo comune l’appello a pregare per la Chiesa in Cina, specialmente in questo mese missionario.