Le reazioni alla "Lettera" nelle comunità ecclesiali in Cina

RITAGLI   
Ultima chiamata per la riconciliazione    SPAZIO CINA

Gerolamo Fazzini

("Mondo e Missione", Ottobre 2007)

LETTERA ALLA CHIESA CATTOLICA DELLA CINA

«La pubblicazione della "Lettera" è arrivata giusto in tempo per salvare la Chiesa cinese». Parole pesanti, quelle che mons. Luca Li Jingfeng, vescovo di Fengxiang (Shaanxi, nella Cina centrale) ha affidato ad "AsiaNews" il primo luglio scorso. Parole di un presule anziano (87 anni) e autorevolissimo, uno dei quattro vescovi invitati da Benedetto XVI (invano, perché il governo cinese lo proibì) al "Sinodo sull’Eucaristia" nell’ottobre 2005. Nel 2004 mons. Li venne riconosciuto dal governo come vescovo, senza dover sottoscrivere l’adesione all’"Associazione patriottica". La sua diocesi non è una qualunque: fino al 2003 Fengxiang era forse l’unica, in Cina continentale, dove esistesse soltanto la Chiesa «non ufficiale».
Ebbene, mons. Li parla della "Lettera" come di un documento arrivato al momento giusto. Le indicazioni del Santo Padre - aggiunge Li - «vanno verso una giusta direzione: quelli che seguono la tradizione cattolica si sentono rassicurati, mentre quelli che non la seguono molto hanno sentito la grande chiamata del successore di Pietro a tutto il gregge di Dio». L’appello del Papa alla riconciliazione, sottolinea Li, è quanto mai opportuno, ma le difficoltà non mancano: «La Chiesa "più clandestina" forse farà fatica a fare marcia indietro sulla complessa questione della comunione con il Papa».
Dalla Chiesa "underground", perlomeno in alcune zone, sono venute - accanto a un generale plauso e viva riconoscenza per le parole di Benedetto XVI - anche velate critiche.
Un prete della Chiesa non ufficiale (formato nei seminari clandestini cinesi, ma che ha proseguito gli studi all’estero), in una testimonianza anonima diffusa dall’agenzia "Uca News", scrive che «la Lettera non dice una parola su vescovi e preti ancora in prigione» e definisce questa - a suo dire - dimenticanza come «frustrante e scioccante».
Un positivo «effetto collaterale» della Lettera è che essa ha incoraggiato quanti credono nella riconciliazione. Mons. Giuseppe Wei Jingyi, vescovo clandestino di Qiqihar (diocesi nell’estremo Nord del Paese) - ad esempio - ha fatto leggere in tutte le Messe un suo messaggio nel quale spiega di volersi riconciliare con alcuni sacerdoti della diocesi, che sin qui gli avevano negato obbedienza giudicandolo troppo morbido nei confronti del regime comunista. Mons. Wei Jingyi ha poi invitato tutti a partecipare ai sacramenti amministrati dai vescovi e dai sacerdoti ufficiali, purché in comunione con Roma.
A parlare di un testo provvidenziale, arrivato al momento opportuno «prima che si creassero i presupposti per uno scisma», è anche il
cardinale Joseph Zen, vescovo di Hong Kong. Interpellato da "Mondo e Missione", il presule salesiano elogia l’equilibrio di Papa Benedetto XVI nell’affrontare la delicatezza della situazione cinese, esprimendo gratitudine per la premura e la sensibilità manifestate dal Papa e, soprattutto, plaude al tono complessivo del documento che contempera la tensione alla verità con un atteggiamento improntato alla carità. Zen, però, puntualizza: «Adesso non c’è tempo da perdere. Occorre attivare la "Commissione vaticana per la Cina" in modo da attuare al meglio, nel concreto, le indicazioni della Lettera». Fin qui, fa capire il cardinale, originario di Shanghai, Roma ha dato l’impressione di muoversi in risposta alle iniziative di Pechino, mentre il combattivo porporato auspica che la Santa Sede assuma una "policy" chiara e lungimirante in grado di anticipare le mosse dei politici cinesi.
I vertici di Pechino non hanno emesso commenti ufficiali. Interpellato dall’agenzia "Sir", il 16 luglio scorso, il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato vaticano, dichiarava: «Dalle istituzioni cinesi non abbiamo ancora avuto dei segnali precisi e siamo in attesa. Siamo in un momento di riflessione e ripensamento». Quel che si sa è che il 28 e 29 giugno, alla vigilia della pubblicazione della Lettera papale, un certo numero di vescovi ufficialmente riconosciuti dal regime erano stati radunati nei pressi di Pechino dal "Fronte unito", organismo-chiave nell’attuazione della politica religiosa. Obiettivo: un «indottrinamento preventivo».
Alle parole del Papa non fanno certo difetto chiarezza e lucidità. Tuttavia, data la materia "incandescente" e la pluralità di visioni che pure albergano all’interno della stessa Chiesa cattolica, non sono mancati distinguo, precisazioni e persino polemiche sull’interpretazione della Lettera di Benedetto XVI.
Emblematico, sotto questo profilo, il dibattito fra uno dei più noti e apprezzati sinologi cattolici - padre Jeroom Heyndrickx, fondatore del "Verbiest Institute" dell’"Università Cattolica" di Lovanio (Belgio) - e lo stesso cardinale Zen.
In una nota apparsa su "Uca News", padre Heyndrickx  aveva affermato che la Lettera del Papa invita gli appartenenti alla Chiesa clandestina a uscire allo scoperto, e li incoraggia a ottenere il riconoscimento delle autorità civili e a condividere i sacramenti con i vescovi e i preti della Chiesa ufficiale. La replica di Zen è netta: l’appello non c’è nella Lettera di Benedetto XVI; i sacramenti possono essere condivisi solo con i vescovi e i preti della Chiesa ufficiale in comunione col Papa, non con quelli in rotta con Roma. Infine Zen sottolinea che la condizione dei vescovi che hanno scelto la clandestinità continua ad avere una ragion d’essere. Almeno fino a quando le autorità comuniste pretendono di controllare e soggiogare la Chiesa; purtroppo, in molti casi (anzi, «quasi sempre», dice Zen citando il testo della Lettera) la richiesta di riconoscimento ufficiale comporta obblighi «contrari ai dettami della loro coscienza di cattolici».
Padre Heyndrickx non ha tardato a rispondere, a sua volta, alle parole del cardinale Zen, in qualche passaggio forse troppo dure, ribadendo che la finalità principale della Lettera di Benedetto XVI è di incoraggiare le due comunità cattoliche cinesi, l’ufficiale e la clandestina, a pregare e a celebrare l’Eucaristia insieme.
Non si tratta di sfumature di poco conto o di mere diatribe tra studiosi, come qualcuno potrebbe pensare. Data l’importanza del documento pontificio, è logico che la sua interpretazione - corretta o meno - dia luogo a precise conseguenze. Giacché l’una o l’altra delle componenti ecclesiali si appellerà fatalmente ad essa per giustificare scelte e azioni. Tutto questo aiuta a capire un piccolo «giallo» verificatosi nei giorni successivi all’uscita della Lettera.
Ancora una volta, tra i protagonisti della vicenda c’è il cardinale Zen. Che a "Mondo e Missione" spiega: «Da tempo avevo fatto presente a chi di dovere la delicatezza della questione-traduzione». Ma la versione cinese della Lettera, a detta di Zen, era stilisticamente poco fluida. E dimenticava un inciso importante. Alla fine del capitolo 7 della Lettera, il Papa scrive che «nella procedura di riconoscimento [da parte delle autorità politiche] intervengono organismi che obbligano le persone coinvolte ad assumere atteggiamenti, a porre gesti e a prendere impegni che sono contrari ai dettami della loro coscienza di cattolici». Ciò avviene - recita il testo originale - «in non pochi casi concreti», «se non quasi sempre». Ebbene: la versione cinese omette di tradurre queste ultime significative parole.
Per favorire una maggior diffusione del documento e una comprensione più efficace del testo, il cardinale e i suoi collaboratori hanno effettuato una nuova versione integrale del documento e lo hanno fatto stampare in Hong Kong in trentamila copie.
La speranza è che la diffusione della Lettera apra un sereno dialogo interno alle due comunità, in vista di un cammino di riconciliazione e unità.