Il Sud del mondo paga le conseguenze maggiori
Prevenire e insieme curare
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i guai del cambiamento
climatico
Gerolamo
Fazzini
("Avvenire",
28/11/’07)
Quando dice che «i
cambiamenti climatici offrono un’opportunità per unirsi e adottare una
risposta collettiva a un problema globale», il segretario generale dell’"Onu",
il sudcoreano Ban Ki-moon, non solo afferma una verità sacrosanta, ma addita
una sfida "ineludibile" alla comunità internazionale. Si può
discutere, infatti, sulle cifre snocciolate nell’ultimo rapporto pubblicato
ieri dal "Programma
delle Nazioni Unite per lo sviluppo" ("Undp")
con il titolo: «Resistere al cambiamento climatico». Ci si può dividere tra
"apocalittici" e no, si può discettare se e in quale misura l’attività
umana contribuisca (o meno) all’"effetto-serra"... Ma non si può
non concordare con gli estensori del rapporto, laddove essi dicono a chiare
lettere che «non possiamo permetterci di attendere di avere la piena certezza
dell’esatto percorso che i cambiamenti climatici verosimilmente seguiranno
prima di cominciare ad agire». Il motivo è evidente: chi oggi paga di più in
termini di ripercussioni ambientali sono i poveri del Sud del mondo. La miseria
infatti rende doppiamente vulnerabile una popolazione. E il rapporto non manca
di offrire svariati esempi in tal senso. Il dilemma di fondo, allora, diventa:
limitare lo sviluppo per arginare i guai ambientali che provoca, provando a
modificare "sul nascere" i cambiamenti climatici? Oppure cercare
metodi, approntare tecnologie, investire risorse per attutire le conseguenze del
cambiamento climatico sull’uomo, così da imparare a convivere – che so? –
con la minaccia di allagamenti o il pericolo della desertificazione? In realtà
l’alternativa non è così secca.
Più ragionevole adottare contemporaneamente entrambi i percorsi. Vigilare sui
consumi energetici, sugli stili di vita, adottando un modello di comportamento
improntato a sobrietà, senza cadere in un "pauperismo" fine a se stesso, è
indice di civiltà e di "lungimiranza".
Tanto quanto valorizzare le innovazioni tecnologiche per ridurre gli effetti
collaterali di un clima in mutamento. Scegliere una sola delle due strade e
rifiutare l’altra per partito preso potrebbe rivelarsi una pericolosa
scorciatoia ideologica. Mi spiego. Il monitoraggio delle emissioni prodotte dall’uomo
si sta rivelando un’impresa "titanica", ma solo in parte utile. I critici del
"Trattato di Kyoto", infatti, non contestano le nobili intenzioni dei
suoi sostenitori, quanto il rapporto "costi-benefici", a loro avviso
sfavorevole e ingiustificato. Non solo. C’è il rischio, nemmeno tanto
teorico, che dopo esserci concessi "di tutto, di più", in termini di
sprechi ambientali, oggi noi consumatori del Nord imponiamo indebiti sacrifici
ai popoli del Sud del mondo. Finanche utilizzando l’arma impropria dell’impatto
ecologico, per frenare lo sviluppo economico di alcune aree del mondo.
Suscitando proteste legittime, come quella degli agricoltori del Kenya, di
recente insorti contro la minaccia di "boicottaggio" dei loro
prodotti, colpevoli di essere trasportati per via aerea.
Sì, dunque, a un prudente e sobrio utilizzo delle risorse naturali; no all’idolatria
del "Pianeta che vive", quasi che l’uomo sia uno dei suoi tanti,
indistinti abitatori. Un sano "antropocentrismo", politicamente ben
guidato, potrebbe invece incanalare risorse tecniche ed economiche verso una
più consapevole gestione dei rischi naturali e un controllo più efficace
delle conseguenze dei cambiamenti climatici. A vantaggio soprattutto di quanti
– pensiamo alle migliaia di persone colpite da "Sidr"
in Bangladesh
– debbono misurarsi ogni giorno con gli effetti, talora devastanti, del
cambiamento climatico.