IL RAPPORTO SULLO SVILUPPO

RITAGLI    VIA I DAZI PER AIUTARE I VERI POVERI    DIARIO

Gerolamo Fazzini
("Avvenire", 8/9/’05)

Ci sono numeri che hanno (o dovrebbero avere) la forza di pugni allo stomaco. Puntualmente l'Undp - l'agenzia Onu che si occupa di sviluppo umano - propone alcuni salutari avvertimenti, squadernando, davanti all'opinione pubblica mondiale e alle classi dirigenti, dati che da soli valgono più di mille parole.
A una settimana dal mega-vertice mondiale che verificherà a che punto siamo nel conseguimento degli Obiettivi del millennio fissati per il 2015 (dimezzamento della povertà, drastica riduzione della mortalità infantile e istruzione primaria universale), l'Undp esce allo scoperto. Con un Rapporto che - una volta di più - documenta come dal tunnel della povertà non si esce se non insieme. Ricchi e poveri, occidentali e orientali, istruiti e analfabeti. Insieme.
Pensare di risolvere il problema dello sviluppo con alchimie finanziarie o con i soli aiuti economici (che pure ci vogliono, beninteso) non porta lontano. Senza cambiare radicalmente la direzione delle politiche complessive, senza - soprattutto - modificare l'ottica, la cultura con cui leggiamo fenomeni quali fame, miseria, sottosviluppo, arrivando a sentire i problemi degli altri come nostri, non c'è dato allarmante che possa davvero scalfire la nostra indifferenza. Se parole come "interdipendenza" e "globalizzazione" hanno un senso, se i nostri orizzonti non sono chiusi da una miopia pericolosa, che il crollo del prezzo dello zucchero abbia causato una brusca frenata nelle entrate del Brasile o che la caduta dei prezzi del cotone abbia fatto schizzare il tasso di povertà del Benin, sono fatti che ci devono interpellare.
A chi non condivide motivazioni solidaristiche basti un'amara constatazione: il legame stretto, quasi ineluttabile, fra l'aggravarsi della situazione socio-economica di un Paese e l'aumento dell'emigrazione (specie clandestina). Se le cose non cambieranno - in fretta - c'è il rischio che un fiume di disperati possa andare a ingrossare ulteriormente le periferie delle metropoli europee. E qualcuno cederà - Dio non voglia - alle lusinghe del terrorista di turno, pronto a soffiare sul fuoco della rabbia. Ecco perché ci riguarda da vicino l'astronomica cifra (72 miliardi di dollari l'anno) che quantifica gli effetti negativi delle barriere doganali imposte dai Paesi ricchi sulle economie di quelli poveri. Analogamente, venire a sapere che molti aiuti destinati al Sud del mondo continuano ad essere vincolati all'acquisto di beni negli Stati donatori, non dovrebbe lasciarci dormire sonni tranquilli.
La gravità della situazione internazionale - in cui pure segnali di speranza non mancano - esce, dunque, confermata dal rapporto Undp 2005. Con una sottolineatura importante: i conflitti armati sono letti e interpretati, oltre che come dramma umano, come una questione di (mancato) sviluppo: 22 dei 32 Paesi in fondo alla classifica sono stati protagonisti di conflitti violenti tra il 1990 e oggi. Tuttavia - sia consentito osservarlo - affermando che «cercare di stabilire se questi Paesi siano poveri perché in conflitto, o in conflitto perché poveri è un esercizio inutile», gli estensori del Rapporto scelgono una via pilatesca. Non vorremmo che l'Undp cedesse alla tentazione di scorciatoie demagogiche. Molti Paesi ricchi portano il peso di gravi responsabilità, di omissioni imperdonabili. Verissimo. Ma è altrettanto vero che taluni dittatori o le élites di alcuni Paesi poveri - non di rado dotati di un sottosuolo ricchissimo o di bellezze naturali sfruttabili turisticamente - sono responsabili dell'accumulo di fortune personali o di clan, a danno delle popolazioni locali, spesso ridotte alla fame.