Gerolamo Fazzini
Ci sono numeri che hanno (o
dovrebbero avere) la forza di pugni allo stomaco. Puntualmente l'Undp -
l'agenzia Onu che si occupa di sviluppo umano - propone alcuni salutari
avvertimenti, squadernando, davanti all'opinione pubblica mondiale e alle classi
dirigenti, dati che da soli valgono più di mille parole.
A una settimana dal mega-vertice mondiale che verificherà a che punto siamo nel
conseguimento degli Obiettivi del millennio fissati per il 2015 (dimezzamento
della povertà, drastica riduzione della mortalità infantile e istruzione
primaria universale), l'Undp esce allo scoperto. Con un Rapporto che - una volta
di più - documenta come dal tunnel della povertà non si esce se non insieme.
Ricchi e poveri, occidentali e orientali, istruiti e analfabeti. Insieme.
Pensare di risolvere il problema dello sviluppo con alchimie finanziarie o con i
soli aiuti economici (che pure ci vogliono, beninteso) non porta lontano. Senza
cambiare radicalmente la direzione delle politiche complessive, senza -
soprattutto - modificare l'ottica, la cultura con cui leggiamo fenomeni quali
fame, miseria, sottosviluppo, arrivando a sentire i problemi degli altri come
nostri, non c'è dato allarmante che possa davvero scalfire la nostra
indifferenza. Se parole come "interdipendenza" e "globalizzazione"
hanno un senso, se i nostri orizzonti non sono chiusi da una miopia pericolosa,
che il crollo del prezzo dello zucchero abbia causato una brusca frenata nelle
entrate del Brasile o che la caduta dei prezzi del cotone abbia fatto schizzare
il tasso di povertà del Benin, sono fatti che ci devono interpellare.
A chi non condivide motivazioni solidaristiche basti un'amara constatazione: il
legame stretto, quasi ineluttabile, fra l'aggravarsi della situazione
socio-economica di un Paese e l'aumento dell'emigrazione (specie clandestina).
Se le cose non cambieranno - in fretta - c'è il rischio che un fiume di
disperati possa andare a ingrossare ulteriormente le periferie delle metropoli
europee. E qualcuno cederà - Dio non voglia - alle lusinghe del terrorista di
turno, pronto a soffiare sul fuoco della rabbia. Ecco perché ci riguarda da
vicino l'astronomica cifra (72 miliardi di dollari l'anno) che quantifica gli
effetti negativi delle barriere doganali imposte dai Paesi ricchi sulle economie
di quelli poveri. Analogamente, venire a sapere che molti aiuti destinati al Sud
del mondo continuano ad essere vincolati all'acquisto di beni negli Stati
donatori, non dovrebbe lasciarci dormire sonni tranquilli.
La gravità della situazione internazionale - in cui pure segnali di speranza
non mancano - esce, dunque, confermata dal rapporto Undp 2005. Con una
sottolineatura importante: i conflitti armati sono letti e interpretati, oltre
che come dramma umano, come una questione di (mancato) sviluppo: 22 dei 32 Paesi
in fondo alla classifica sono stati protagonisti di conflitti violenti tra il
1990 e oggi. Tuttavia - sia consentito osservarlo - affermando che «cercare di
stabilire se questi Paesi siano poveri perché in conflitto, o in conflitto
perché poveri è un esercizio inutile», gli estensori del Rapporto scelgono
una via pilatesca. Non vorremmo che l'Undp cedesse alla tentazione di
scorciatoie demagogiche. Molti Paesi ricchi portano il peso di gravi
responsabilità, di omissioni imperdonabili. Verissimo. Ma è altrettanto vero
che taluni dittatori o le élites di alcuni Paesi poveri - non di rado dotati di
un sottosuolo ricchissimo o di bellezze naturali sfruttabili turisticamente -
sono responsabili dell'accumulo di fortune personali o di clan, a danno delle
popolazioni locali, spesso ridotte alla fame.