Il "Nobel" per la pace al Gore «verde»
è un
tributo al "politicamente corretto".
Ai cristiani tocca custodire
il senso autentico della salvaguardia del creato.
Gerolamo Fazzini
("Mondo e Missione", Dicembre 2007)
L’assegnazione del “Nobel” per la pace ad
Al
Gore e alla Commissione “Onu” sul clima, (“Intergovernmental
Panel on Climate Change”, “Ipcc”), rappresenta una clamorosa
occasione persa: la classica buona idea giocata nel modo sbagliato. Che esista
un nesso forte tra la salvaguardia del creato e la promozione della pace è
un’acquisizione preziosa, almeno dai tempi della prima “Assemblea ecumenica
europea” (Basilea 1989).
Da questo punto di vista, la decisione dell’Accademia svedese di porre
all’attenzione dell’opinione pubblica mondiale il rapporto fra cambiamenti
climatici e le conseguenze sull’ambiente e, in ultima analisi, sulle persone
(con tutto quel che ne deriva in termini di equilibri e tensioni fra popoli e
Paesi, ecc.), potrebbe essere letta come un «segno dei tempi» interessante.
Una violenza sull’ambiente naturale, che Dio ha voluto come casa dell’uomo,
rappresenta inevitabilmente una ferita anche per la convivenza umana. Pensiamo a
quante situazioni già precarie si stanno aggravando a causa del peggioramento
delle condizioni climatiche (desertificazione e via dicendo). I «profughi
ambientali» sono una triste realtà in preoccupante crescita.
Ciò detto, però, non condividiamo affatto la scelta dei vincitori, un tributo
al “politicamente corretto”. L’“Ipcc”, costantemente citato dai
“media” come riferimento obbligato, è, a dispetto di quanto molti pensano,
un organismo di natura politica e non scientifica; sul suo operato e sulle sue
previsioni non c’è affatto un consenso unanime all’interno della comunità
scientifica mondiale. Una delle tesi principali dell’“Ipcc”, ossia il
contributo decisivo dell’uomo al riscaldamento globale, è contestata da
esperti del calibro di Zichichi e altri. Non solo: diversi scienziati (tra cui
Richard Lindzen, ex membro dell’“Ipcc”) sostengono che le previsioni della
Commissione sono esagerate e le proposte di soluzione, di conseguenza,
sbagliate.
Nel caso di Gore, poi, siamo in presenza di un ex “leader” politico che a
molti ha dato l’impressione netta di rincorrere il tema “trendy”
dell’ecologia per riguadagnare visibilità e prestigio (oltre che soldi). Non
ci soffermeremo sulle critiche dei “media” al suo contraddittorio stile di
vita: il profeta del risparmio energetico in privato condurrebbe una vita
tutt’altro che sobria.
Non è questa la sede nemmeno per addentrarci nell’esame dei contenuti di «Una
scomoda verità», il “film-denuncia” che ha meritato a Gore
l’“Oscar”. Per dovere di cronaca, però, ci tocca ricordare che un
tribunale ha evidenziato una serie di errori, bloccandone di conseguenza la
diffusione nelle scuole inglesi.
Questi sono, tutto sommato, peccati veniali, rispetto a una contraddizione di
fondo, ossia il fatto che il Gore ambientalista sia favorevole all’aborto e si
sia battuto per diffonderlo nel Sud del mondo, “stoppato” peraltro
dall’iniziativa diplomatica della Santa Sede (Cairo 1994, Pechino 1995).
Non pensiamo di peccare di moralismo se diffidiamo di un impegno per
l’ambiente che non si faccia carico innanzitutto di promuovere l’uomo: tutto
l’uomo (in ogni sua dimensione, spirituale compresa), tutti gli uomini, in
qualsiasi stadio della vita.
La «scomoda verità» è che separare la salvaguardia del creato dalla difesa
della persona conduce a un ambientalismo “manicheo”, miope, in ultima
analisi disumano.
Ebbene. L’impegno ecologico rappresenta una nuova frontiera per la Chiesa
cattolica e non possiamo che auspicare maggior decisione, anche grazie alle
sollecitazioni delle altre Chiese cristiane, più sensibili su questo tema. Ma
occorrerà lavorare molto se è vero, come è vero, che nel documento finale
della terza
“Assemblea ecumenica europea”
di Sibiu non si è riusciti a trovare la
forza di accordarsi sulla tutela della vita, dal concepimento alla morte
naturale.