IL PAESE AFRICANO AL BIVIO, DOBBIAMO AIUTARLO
Algeria, passi avanti che i
terroristi ipotecano
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Gerolamo
Fazzini
("Avvenire",
14/12/’07)
Il duplice terribile
attentato di pochi giorni fa ad Algeri ha seminato distruzione e morte nel cuore
di un Paese che sta cercando faticosamente di mettersi alle spalle la lunga
stagione della violenza degli anni Novanta. Una stagione così dolorosa che oggi
gli algerini, nel rievocarla, prediligono un termine neutro, "événement",
nel tentativo di esorcizzare un periodo interminabile di orrori, stragi,
rapimenti, la cui ombra si sta ancora proiettando in modo preoccupante sul
presente. Nei mesi scorsi alcuni attentati (realizzati o sventati) avevano
segnalato che la temperatura si stava alzando inequivocabilmente. Stavolta l’entità
dei danni provocati e la "firma" inequivocabile di "al-Qaeda"
(l’11 del mese è diventata una sorta di macabro "copyright" degli
emuli di Bin Laden) fa sì che la ferita sia ancor più profonda e dolorosa che
in altre circostanze. «Il nostro Paese ha sofferto molto tra il 1992 ed il 2000.
Adesso speravamo di poter vivere senza violenza, ma così non è», ha "lapidariamente"
commentato il vescovo di Algeri,
quel mite e indomito "alfiere" del dialogo che risponde al nome di Henri
Teissier. C’è
tanta amarezza in quelle parole, accompagnata da un senso di frustrazione e fors’anche
da rabbia, nel vedere un intero Paese in cerca di pace ostaggio di un manipolo
di estremisti ben organizzato che vuole guerra. L’amarezza di monsignor
Teissier e di quanti come lui sono impegnati nella scommessa di costruire
"un’altra Algeria"
si comprende alla luce del processo in atto: il tentativo della società
algerina di guardarsi allo specchio per cambiare rotta. I "media"
occidentali non ne hanno parlato, ma in questi mesi si sono susseguite
iniziative culturali molto significative. Solo a mo’ di esempio: poche
settimane fa due pezzi da novanta, l’ex Primo Ministro Redha Malek, e Mohamed
el Mili, ex Ministro dell’Istruzione, si sono trovati a ragionare di
"islam dei Lumi". Si dirà: non bastano dotte conferenze a fermare il
terrorismo. Vero. Ma è illusorio pensare di arginare tale fenomeno soltanto
"manu militari", senza aggredirlo con una strategia a vasto raggio.
Che significa andare alle radici dei problemi, costringere i diversi attori
sociali ad assumersi le loro responsabilità. A "Mondo e Missione"
monsignor Teissier ha raccontato di aver partecipato di recente a una "tavola
rotonda" su educazione e religione, a fianco del presidente dell’"Alto
consiglio islamico algerino". «Tutti i partecipanti si sono confrontati
con grande franchezza sul fatto che, in questi ultimi anni, molti giovani
algerini sono arrivati a prendere posizioni estremiste. E si sono chiesti quale
formazione religiosa venga data loro e quale visione del mondo essa veicoli».
Un piccolo segnale, senza dubbio.
Ma, all’indomani di un attentato così tremendo, giova ricordare che l’Algeria
è anche questo: un popolo che vuol voltare pagina, una società che si sta
interrogando, un Paese che cerca la pace e un’autentica riconciliazione. Il
punto è che in Algeria le istituzioni sono deboli e il governo non può non
fare i conti con minoranze fondamentaliste che lo tengono sulla
"graticola".
Come ha detto in un’intervista lo scrittore Ben Jelloun, l’Algeria «è una
nazione ancora molto fragile e non pacificata poiché non è riuscita a
raggiungere gli "standard" di sicurezza indispensabili alla convivenza
civile. Non dimentichiamo che la "filiale" magrebina di "al-Qaeda"
è stata proclamata proprio in Algeria».
Siamo a un bivio. O la comunità internazionale si assumerà il compito di
accompagnare il Paese in questa difficile transizione oppure il rischio che
"al-Qaeda" metta radici, strumentalizzando i sentimenti della
popolazione che fondamentalista non è, diventerà ogni giorno più concreto.