Il governo dovrà tenerne conto
se vuole uscire dall’isolamento

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dimostrano per la "pace sociale"

In preghiera per la pace in Vietnam: luci di speranza...

Bimbe vietnamite, in attesa di un futuro sereno!

Gerolamo Fazzini
("Avvenire", 31/1/’08)

L’ultima volta che la Chiesa vietnamita ha fatto parlare di sé era il novembre 2005, quando il cardinale Crescenzio Sepe si recò ad Hanoi per presiedere l’ordinazione di ben 57 nuovi sacerdoti. Un evento storico.
In questi giorni dal
Vietnam arrivano notizie di ben altro segno. Da settimane è in corso una protesta pacifica dei cattolici locali contro la decisione delle autorità politiche di negare la restituzione di edifici di proprietà della Chiesa.
Episodi simili fra loro si sono succeduti in varie città. Ma il caso più eclatante si sta verificando nella capitale. Dalla vigilia di Natale l’edificio della ex "nunziatura vaticana" ad Hanoi è diventato il punto di riferimento per migliaia di cattolici che chiedono la "restituzione" dell’edificio sequestrato allo Stato, che lo requisì nel ’59 e ora lo vorrebbe vendere per fare spazio a ristoranti e "night club". La tensione è alta e non si escludono violenze: le autorità locali hanno già minacciato "azioni estreme" se i gruppi di fedeli in preghiera davanti all’edificio e nel giardino dovessero continuare in quello che considerano un attentato all’ordine pubblico.
Ad Hanoi, nei giorni scorsi, migliaia di cattolici si sono riuniti in una "veglia di preghiera" presso il convento dei "Redentoristi" per chiedere al governo di restituire alla Chiesa un terreno di proprietà dei religiosi, ora occupato da edifici governativi. Stando a quanto riferisce l’agenzia "Asia News", si è trattato della protesta contro il governo più importante che si sia mai svolta nella città dalla presa di potere dei comunisti.
Ma che sta succedendo? "Tutte le difficoltà dei decenni passati non possono dirsi superate, ma i segnali che conducono alla fiducia sono numerosi", aveva dichiarato nei mesi scorsi, con prudente ottimismo, il cardinale Sepe. E proprio di questi tempi, un anno fa, il primo ministro Nguyen Tan Dung era stato ricevuto da
Benedetto XVI in Vaticano: l’incontro di più alto livello mai tenutosi fra un Papa e i rappresentanti del governo comunista, dopo l’unificazione del Paese nel 1975. Un gesto letto da molti come il "coronamento" di un lavoro di paziente dialogo, cui la Santa Sede si è dedicata da anni, con molta discrezione.
Oggi i toni appaiono completamente cambiati. Basti dire che, pochi giorni fa, il "Comitato del popolo" di Hanoi ha accusato l’arcivescovo della capitale di "usare la libertà di religione per provocare proteste contro il governo", danneggiando così le relazioni fra Vietnam e Vaticano.
Per tutta risposta, nient’affatto spaventato dalle conseguenze della pacifica resistenza che i cattolici stanno opponendo alla prepotenza delle autorità comuniste, l’arcivescovo Joseph Ngô Quang Kiet ha detto di essere pronto ad andare anche in prigione per il suo "gregge", se il governo dovesse fare una "prova di forza".
Di nuovo, la domanda è: dove va il Vietnam, un Paese che qualcuno s’è persino azzardato ad additare come "emblema" di un accordo possibile del dialogo tra Vaticano e un regime comunista del 2000?
Non vorremmo avventurarci in previsioni di sorta, tanto complesso è lo scenario. Ma varrà la pena – se non altro – osservare che se davvero il Paese ha scelto la strada di un dialogo "franco" con Roma, di una libertà religiosa non "effimera" o "artificiosa", questo è il momento di dimostrarlo con i fatti. Nonostante le "vicissitudini" patite, la scarsità di strutture e di personale adeguatamente formato, la Chiesa cattolica vietnamita è viva e chiede di camminare nella libertà.
Senza privilegi, ma senza rinunciare ai suoi diritti. Un governo che voglia presentarsi sulla scena internazionale con le carte in regola non può non tenerne conto.