La disponibilità a fare un passo indietro

RITAGLI    Dalai Lama,    SPAZIO CINA
l’ora amara della grande solitudine

Il DALAI LAMA, pronto a donarsi per il Tibet con fiducia e coraggio...

Gerolamo Fazzini
("Avvenire", 19/3/’08)

Davvero non si può dire che il Dalai Lama non stia facendo di tutto, in queste ore "drammatiche", per fermare la violenza in Tibet, scongiurare nuovi "massacri", tenere aperto uno "spiraglio" per il suo popolo. Sta facendo di tutto, ma potrebbe non bastare. L’ultima "mossa", a sorpresa, è stata la disponibilità manifestata ieri da Tenzin Gyatso – questo il nome del quattordicesimo Dalai Lama – a fare un "passo indietro" («dimissioni», hanno titolato le "agenzie") circa il suo ruolo «politico». Un "autoridimensionamento" che, negli auspici, dovrebbe convincere Pechino ad allentare la "morsa" sul Tibet e la sua gente. Non è un gesto da poco. Specie se si tiene presente che solo nel novembre scorso il Dalai Lama aveva usato "toni" di tutt’altro genere nei confronti della Cina: «Il popolo tibetano – aveva detto alla "Bbc" – non sosterrebbe un "successore" selezionato dalla Cina dopo la mia morte. Una possibilità sarebbe quella di scegliere il prossimo Dalai Lama mentre io sono ancora in vita». Il "leader" spirituale dei tibetani ha fatto "balenare" la clamorosa ipotesi delle «dimissioni» in una "conferenza stampa" ieri a Dharamsala (nel Nord dell’India), dove vive in esilio dal 1959. Ai giornalisti ha ribadito che «l’indipendenza del Tibet è fuori questione». Ma la Cina lo accusa di aver "fomentato" gli animi dei tibetani, finendo col provocare gli «incidenti» di questi giorni. A tali accuse, a dir poco "pretestuose", il Dalai Lama ha replicato chiedendo l’istituzione di una "commissione di indagine internazionale", composta anche da cinesi. «Sarebbe di grande aiuto – ha aggiunto – se questa inchiesta venisse condotta anche dalla "stampa internazionale", dal momento che un miliardo di cinesi non sa cosa stia accadendo in Tibet». Ma non è una posizione facile, quella in cui si trova in questi giorni Tenzin Gyatso. Egli può sì contare sulla solidarietà dell’"opinione pubblica internazionale" ma, sin qui, essa non è riuscita a "smuovere" Pechino, che continua indisturbata a usare il "pugno di ferro". Dall’altro lato il Dalai Lama sa bene, come spiegano vari "osservatori", di non controllare più la popolazione tibetana o, almeno, non la totalità di essa. Alcuni – gli stessi "fautori" dell’"insurrezione" di questi giorni – gli contestano infatti la strategia del "dialogo" adottata negli ultimi anni e lo giudicano troppo "remissivo" nei confronti della Cina. In nome di tale strategia il "leader" tibetano, anche di recente, si era detto contrario al "boicottaggio" dei "Giochi olimpici", chiesto a gran voce dagli organismi per i "diritti umani", ivi compresi quelli che da sempre affiancano i tibetani nelle loro rivendicazioni. Come ha scritto Bernardo Cervellera su "Asia News", «sono proprio le "Olimpiadi" ad aver acceso la "scintilla" della protesta. Atleti tibetani hanno domandato di partecipare alle "Olimpiadi" sotto la "bandiera" del Tibet, ma la Cina lo ha negato». Per quanto possa apparire "paradossale", il Dalai Lama oggi sconta una sorta di legge del "contrappasso". Il mondo "libero" lo considera una "vittima" della Cina (ed è così da quasi cinquant’anni, anche se storicamente il buddhismo tibetano ha goduto di un rapporto "privilegiato" col potere cinese). Ma alcuni tra i suoi gli rimproverano un eccesso di "accondiscendenza" verso Pechino, che, dopo aver "colonizzato" il Tibet nell’ultimo mezzo secolo, oggi è impegnata nell’ennesima "prova di forza" con un popolo "inerme". Per il Dalai Lama è l’ora della grande "solitudine".