DOSSIER

RITAGLI    Dalla parte delle donne, senza ambiguità    MISSIONE AMICIZIA

Il dramma della "tratta" lo conferma: è irrisolta la «questione femminile».
Ma c'è chi vuole affrontarla "sposando" l'ideologia del «genere»...

Gerolamo Fazzini
("Mondo e Missione", Marzo 2008)

«Mai più schiave». Con questo titolo "slogan" le riviste della "Fesmi" ("Federazione stampa missionaria italiana") lanciano un "Dossier" comune, sul tema della tratta delle ragazze tra Nigeria e Italia, nel mese in cui si celebra la "festa della donna".

È un "appello", o meglio un "grido". Il grido di donne che vogliono riconquistare una dignità, essere se stesse. Le riviste missionarie hanno deciso di raccoglierlo, per "sensibilizzare" l'opinione pubblica su un tema che di tanto in tanto affiora anche nei "media" di casa nostra, ma sovente è "derubricato" a mero problema di ordine pubblico.

Il viaggio condotto da Anna Pozzi e Silvia Morara lungo le rotte della "tratta", dalla Nigeria all'Italia (e ritorno), è un'inchiesta che documenta un fenomeno "vergognoso", all'origine del quale stanno molteplici responsabilità. Ma esprime soprattutto il tentativo di guardare alle vittime della "tratta" con occhi nuovi. Cercando di cogliere, nelle "pieghe" delle vicende che le vedono protagoniste, l'umanità di queste donne: i loro sogni, le delusioni, la voglia di "riscatto"...

È il medesimo sguardo che religiose nigeriane e italiane, operatori di "associazioni" e volontari hanno scelto nell'accostare queste persone, per condividerne le fatiche e provare a dar corpo al desiderio di un'altra vita, degna di essere chiamata tale. Uno dei motivi per cui diamo spazio a questo tema è far conoscere il lavoro discreto e paziente di tante e tanti che operano su questa "frontiera", mostrando nei fatti il "volto" di una Chiesa della misericordia, autenticamente "samaritana", che accoglie senza "preclusioni" e fascia le ferite, senza "paternalismi" né retorica.

«Mai più schiave». Quanto qui si dice per le donne nigeriane "trafficate" in Italia, quasi tutte destinate alla strada, potrebbe valere, "mutatis mutandis", per varie altre situazioni nel mondo. Situazioni in cui le donne sono fortemente "penalizzate", quando non private della loro libertà e costrette a muoversi come "pedine" in una "scacchiera" sociale che le vede eternamente "comparse".

Dai "feticidi" di sesso femminile in Cina e India, alla "subalternità" che la donna mantiene in molte società a maggioranza islamica, all'accesso negato che bambine e ragazze continuano ad avere in molti Paesi rispetto a servizi essenziali quali la scuola e la sanità: una «questione femminile» "irrisolta" nel mondo c'è, eccome. Ed è "sacrosanto" che le "istituzioni internazionali" si impegnino per promuovere il "protagonismo" delle donne.

Detto questo, occorre far chiarezza su una questione "cruciale". La promozione della donna è, per noi, altra cosa dalla "battaglia" culturale di «genere» sostenuta da correnti culturali «progressiste», secondo le quali (citiamo un documento dell'"Instraw", istituto che fa parte dell'"Onu"), occorrerebbe «distinguere tra ciò che è naturale e biologico e ciò che è "costruito" socialmente e culturalmente, e "rinegoziare" i confini». I sostenitori di tale posizione - commenta Dale O'Leary, autrice di "Maschi o femmine? La guerra del genere" - rifiutano «l'idea che l'identità sessuale sia iscritta nella natura» e affermano che «ciascuno si costruisce il proprio "genere" fluttuando liberamente tra il maschile e il femminile».

Non è questa l'ottica della "dottrina sociale cristiana". Non è il modello di "femminismo" che, nel maggio 2004, l'allora cardinale Joseph Ratzinger proponeva nella «Lettera sulla collaborazione dell'uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo», raccogliendo consensi anche in ambienti non cattolici. Quanto andiamo dicendo è stato ribadito di recente al "Convegno" «Donna e uomo, l'"humanum" nella sua interezza», promosso dal "Pontificio Consiglio per i laici" nel ventennale della "Mulieris Dignitatem".

Da lì, dai "fondamenti" dell'umano, occorre ripartire, per rilanciare la «questione femminile» oltre le "secche" degli schemi ideologici e di un "femminismo" dal fiato corto.

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Mai più schiave

Anna Pozzi

Sono migliaia le ragazze nigeriane sulle strada d’Italia. Le chiamano "prostitute", ma bisognerebbe dire "schiave". La "tratta" di nigeriane per lo sfruttamento sessuale è diventato, dagli anni Ottanta in poi, un "business" da miliardi di dollari, fatto sulla pelle di ragazze giovanissime, cresciute in un contesto di miseria e degrado. Vengono ingannate da promesse "fittizie", dal miraggio di un "altrove" fatto di benessere e felicità: finiscono col ritrovarsi su una strada, costrette a sopportare i peggiori abusi, "sradicate" in un Paese straniero, spesso "clandestine", senza identità né dignità.
Siamo andate sulle loro tracce, le abbiamo incontrate e abbiamo provato a raccontare le loro storie. Siamo andati nei luoghi da cui arrivano,
Lagos e soprattutto Benin City, nell’"Edo State". Siamo andati sulle strade italiane, là dove sono costrette a "vendere" il proprio corpo, e nelle "comunità di accoglienza", dove provano a ricostruirsi una vita. Per poi, eventualmente, scegliere di tornare a casa. Dal luglio 2007 anche a Benin City c’è una "casa" per accoglierle; un "rifugio" per chi vuol provare a ricominciare.
Questo "speciale" - frutto di un "reportage" in
Nigeria condotto la scorsa estate da chi scrive - vede coinvolte le le riviste aderenti alla "Fesmi" ("Federazione stampa missionaria italiana") che intendono promuovere un’iniziativa di "sensibilizzazione" sulla realtà della "tratta" e sostenere l’opera di quanti operano per mettere fine al dramma delle donne in essa coinvolte…