VERSO IL VOTO…
Il
«grande inciucio»: dimenticare il mondo
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In
"campagna elettorale" i grandi assenti sono stati i temi
internazionali.
Come se l’Italia fosse un’isola...
Anche la Chiesa ha precise responsabilità. Dov’è finita la
"profezia"?
Gerolamo
Fazzini
("Mondo e
Missione", Aprile 2008)
La sensazione è che abitiamo
mondi diversi. Che ci separi un’abissale distanza nel leggere fatti e fenomeni
che segnano la vita quotidiana, uno "scarto" incolmabile fra quel che
per noi è prioritario e quello che i politici "nostrani" considerano
importante.
È la sensazione provata nelle settimane che hanno preceduto il "voto"
del 13 aprile. Al di là delle posizioni specifiche dei rispettivi
"schieramenti", avvertiamo una complicità diffusa nella classe
politica, il vero, preoccupante «grande inciucio»: pensare e far pensare che
le sorti dell’Italia si decidano (tutte e solo) a "Palazzo Chigi" e
dintorni.
C’è un errore di prospettiva che "vizia" tutti i discorsi. Come se
l’Italia fosse quella degli anni Ottanta, quando gli
"extracomunitari" non rappresentavano - come accade oggi - il 9 per
cento del "Pil" nazionale. Come se non ci fosse mai stato l’11
settembre (e il problema di misurarsi con la "galassia islamica" a 360
gradi). Come se la "globalizzazione" fosse una "mera"
ipotesi accademica. Come se tutti i problemi del Paese si risolvessero nel far
quadrare i conti dell’economia.
«Pensare globalmente, agire localmente», ci hanno insegnato. Vuol dire, in
questo caso, andare alle urne per il "Parlamento italiano" con l’obiettivo di
scegliere politici che, innanzitutto, abbiano coscienza degli scenari attuali,
in costante e "vorticosa" mutazione.
Oggi tra i primi 10 "businessmen" del mondo figurano 4 indiani. India
e Cina insieme rappresentano il "baricentro" dell’economia e della
politica del "globo". Eppure i nostri politici fingono di ricordarsene
solo quando si parla di marchi "contraffatti" e di concorrenza sleale.
Anche in America Latina si sta muovendo qualcosa di cui faremmo bene a
interessarci: il «risveglio indigeno» non è "folclore".
E l’Africa? Forse che la sorte del continente più povero del mondo non si
"intreccia" col destino di una "Penisola" che si allunga nel
Mar Mediterraneo e sulle cui coste sbarcano ogni anno migliaia di disperati?
Forse che il «Rinascimento africano», faticosamente perseguito, non dovrebbe
entrare nell’"agenda politica" di un Paese come l’Italia, per non
dire dell’"Unione Europea"?
Ebbene, ci saremmo aspettati un "soprassalto" della coscienza dei
credenti e dei loro "pastori". E invece constatiamo un
"deficit" di "profezia" della Chiesa italiana. Non è un po’
poco - a parte il doveroso richiamo alla centralità della
"questione-vita" e l’appello in difesa del ruolo della famiglia -
proporre solo un patto "bipartisan" contro il "carovita"?
Sarà anche un segno concreto di attenzione alle fasce deboli. Ma ci pare
tradisca un orizzonte di riferimento "provincialistico".
Dov’è finita la Chiesa «esperta in umanità», la Chiesa che apriva gli
orizzonti al mondo, ai «popoli della fame»? Dov’è finito lo "slancio
profetico" del "Giubileo", sull’onda del quale la comunità
ecclesiale si impegnò in una significativa e "capillare"
iniziativa contro il "debito estero" dei Paesi poveri? Oggi le
priorità sono altre, si dice: la «questione antropologica» in testa a tutte.
Non saremo noi a sottovalutarne l’importanza. Ma possiamo dimenticare che in
Italia ci sono ormai quasi quattro milioni di immigrati? Che sui banchi di
scuola, accanto ai nostri figli, aumenta costantemente il numero di ragazzi
"magrebini", cinesi, dell’Est Europa e via di questo passo? Come si
fa a non tener conto di una variabile che sta già da tempo
"ridisegnando" a fondo i contorni della nostra "convivenza"
sociale?
Oltre quarant’anni fa Don Lorenzo Milani scriveva: «Ho imparato che il
problema degli altri è uguale al mio. Sortirne insieme è la politica, sortirne
da soli è l’avarizia». Pensare di «salvare l’Italia» immaginando di
perseguire esclusivamente il "suo-nostro" bene sarebbe
"avarizia". Di più: un’illusione pericolosa.
O ci salviamo tutti insieme, oppure saranno guai per tutti.