Burocrazia e figli su misura
Adozioni:
impresa sempre più difficile
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Gerolamo
Fazzini
("Avvenire",
5/4/’08)
L’"adozione
internazionale" in Italia è al "giro di boa". Sono passati 15
anni da quando il nostro Paese ha aderito alla "Convenzione dell’Aja",
10 da quando l’ha "ratificata". Due date "simboliche" che
offrono un’occasione preziosa per tirare un "bilancio", ancorché
provvisorio, sul fenomeno e sui "trend" in atto.
Lo scenario internazionale è segnato da una "contraddizione" che
appare insanabile, una sorta di "corto circuito". Proprio in questi
giorni lo denunciano gli esperti radunati a Venezia
dal "Ciai",
uno degli "enti" più noti e "storici" tra quelli italiani
che si occupano di "adozioni internazionali". In sintesi: mentre non diminuisce
affatto – anzi! – il numero di bambini che in giro per il mondo affollano
gli "istituti" (perché orfani o senza una famiglia in grado di
educarli adeguatamente), va calando il numero delle adozioni complessive: erano
45mila nel 2004 (a livello mondiale), sono scese a 42mila nel 2006.
In realtà, a leggere bene i dati una buona notizia c’è: significa che sta
aumentando l’"adozione nazionale". Tradotto, un certo numero
(crescente) di bambini trova nuovi e definitivi genitori nel suo Paese di
origine. E questo è senz’altro un bene, perché consente di evitare alcuni
problemi che possono presentarsi ogni volta che una persona viene, pur con tutte
le "precauzioni" del caso, "sradicata" dalla sua terra e
dalla sua cultura.
Intanto, però, le coppie italiane si chiedono perché debbano aspettare tempi
così lunghi per poter vedere realizzato il loro "sacrosanto"
desiderio di paternità e maternità quando, nel mondo, il numero di bambini che
hanno bisogno di un papà e di una mamma rimane notevolmente alto. Anch’io e
mia moglie abbiamo provato sulla nostra pelle quanto "bruci" questo
interrogativo.
La risposta è amara, ma bisognerà pur dirla: "domanda" e
"offerta" non si incrociano. Diciamolo con un linguaggio più adatto
al contesto, meno '"mercantile": le coppie italiane sognano bambini da
adottare troppo diversi da quelli che, nella realtà, hanno bisogno di essere
accolti in casa. I genitori adottivi vorrebbero figli piccoli, possibilmente
"sani" (desiderio in sé legittimo e totalmente comprensibile: quale
mamma "naturale" non prega perché il bimbo che porta in grembo nasca
senza problemi?). Ma gli "organismi" autorizzati all’adozione
ricevono, ormai prevalentemente, segnalazioni di bambini in età scolare, spesso
con problemi di ordine sanitario o di altro genere.
C’è bisogno allora di un supplemento di "apertura", di una
responsabilità più matura e coraggiosa; c’è da "allargare la
tenda" dell’ospitalità. Nulla a che vedere – intendiamoci – con un
generico atto di "buonismo", l’adozione è ben altro.
È un "appello" che gli enti fanno, a nome e per conto dei bambini,
alle mamme che si candidano a prendere in casa figli che non vengono dalle loro
"pance". Alle future mamme e, ovviamente, ai loro uomini. C’è
bisogno di un "salto di qualità", insomma, ora che l’adozione
internazionale in Italia ha vissuto una prima fase di "assestamento".
Ma ad essere chiamate in causa non sono solo le famiglie. Anche gli enti (e chi
ne dovrebbe controllare "trasparenza" e serietà) debbono fare la loro
parte. Già, perché il "fai-da-te", mandano a dire da Venezia, non è
ancora una "piaga" estirpata. E il tasso di "disinvoltura"
di taluni enti nel gestire alcune vicende di adozione chiede, da parte dello
Stato e degli organi competenti, interventi più "incisivi" di quanto
non siano stati sin qui. Non crediamo di esagerare se diciamo che le modalità
di "gestione" dell’adozione internazionale possono essere inserite,
a pieno titolo, tra i "parametri" che dicono quanto un Paese possa
oggi dirsi "civile". Ebbene, se all’Italia sta a cuore la sua "dignità" occorre che nuovi, urgenti e decisivi passi avanti si compiano anche su
questo fronte. La politica ne prenda nota.