Le conseguenze mondiali del "caro-prezzi" alimentare
Sale l’indice della denutrizione
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e ci sprona a coerenza
Gerolamo
Fazzini
("Avvenire",
10/4/’08)
Notizia di ieri: il
"Dipartimento dell’agricoltura" delle Filippine
distribuirà ai poveri non meno di 50mila sacchi di riso ogni settimana in varie
parrocchie di Manila.
L’azione congiunta di governo e Chiesa cattolica – riferisce "Asia
News" – si è
resa necessaria «per affrontare la scarsità del riso, conseguente al forte
rialzo del prezzo e alle minori esportazioni decise da molti Paesi produttori».
Nel frattempo 29 vescovi locali hanno chiesto al governo di accelerare la
distribuzione di oltre un milione di ettari di terra "inutilizzata" ai
contadini. La speranza, nel segno della "sovranità alimentare", è di
arginare - in un futuro non troppo lontano - la mancanza di quello che, a Manila
e ovunque nel continente, è l’alimento "base" di milioni di
persone. Dall’Asia
all’Africa
e all’America Latina,
la crisi alimentare in atto si allarga velocemente, assumendo proporzioni sempre
più allarmanti. Una cosa è certa: i più poveri sono doppiamente vittime di
questa situazione. «I prezzi alimentari mondiali sono cresciuti del 45 per
cento negli ultimi nove mesi e sul mercato cominciano a scarseggiare riso,
frumento e mais», ammette il direttore generale della "Fao".
Nel solo mese di marzo il prezzo del riso è passato da 650 a 1.000 dollari la
tonnellata. I prodotti alimentari essenziali, nel giro di poche settimane, sono
aumentati del 30-40 %, dopo essere triplicati negli ultimi 5 anni.
Non stiamo parlando di "prelibatezze" sofisticate o esotiche, ma di
quanto milioni di persone, nel mondo, ogni giorno mettono sotto i denti (o
vorrebbero fare) per la "mera" sopravvivenza. Molti fattori e
responsabilità "congiurano" a determinare una situazione che si va
facendo "esplosiva". Dietro l’impennata dei prezzi c’è,
innanzitutto, un progressivo "assottigliarsi" delle scorte.
A ciò si associa un calo di produzione degli alimenti stessi che, almeno in
alcune aree (ad esempio l’Australia
colpita da un’anomala siccità), ha a che fare con i cambiamenti climatici.
Ancora. Un "fattore-chiave" è l’accresciuto consumo di carne e di
prodotti caseari da parte di Paesi con economie "emergenti", su tutti la Cina.
Ma il fatto che un maggior numero di persone possa finalmente accedere a un’alimentazione
più varia e completa non dovrebbe essere "salutato" come una buona
notizia? Non si dovrebbe piuttosto guardare altrove, a certe
"distorsioni" perverse dell’economia "globale"? Ha scritto l’economista
Paul Krugman sull’insospettabile "New York Times": «Possiamo anche
metterla in questi termini: in Africa la gente muore di fame affinché i
politici americani possano andare in cerca di voti negli Stati
"agricoli" americani». Nel 2008 quasi un quinto della produzione di
cereali degli Stati Uniti sarà destinata ai "bio-carburanti" anziché
all’alimentazione. In altre parole, servirà a far viaggiare i "macchinoni"
di chi può permetterselo, mentre le "badanti" messicane dovranno fare
i conti con l’aumento delle "tortillas". Già, perché – forse l’abbiamo
dimenticato – le "avvisaglie" della crisi in atto risalgono a più
di un anno fa. Da allora, però, la politica non se n’è fatta carico. I
poveri – si sa – non hanno "lobby" nei palazzi e di questi
argomenti non si parla in "campagna elettorale" (vale per gli
"Usa", vale per noi). Ma dal "Programma alimentare mondiale"
incalzano: servono 500 milioni di dollari, oltre quanto già stanziato, per
combattere la minaccia della "denutrizione". Ebbene, l’Italia,
con Milano,
si è candidata a ospitare l’"Expo
2015" inalberando
un ambizioso e impegnativo "slogan": «Nutrire il pianeta, energia per
la vita». Se non per solidarietà, almeno per coerenza e dignità: non possiamo
stare a guardare.