Gerolamo Fazzini
("Avvenire", 25/4/’08)
La fame è tornata a fare notizia. Da "Le Monde" a "Newsweek"
a "Lancet", la crisi alimentare tiene banco da un po’ sulle
"testate" di tutto il mondo. La ragione è evidente, ormai: siamo in
presenza di un’emergenza che nessuno dei tanti "futurologi" in
circolazione aveva previsto nelle proporzioni clamorose in cui s’è
presentata. Sono oltre trenta i Paesi sull’orlo della "guerra
civile" (fonte: l’insospettabile "Banca mondiale"), a causa
della scarsità di generi alimentari di prima necessità. E in queste settimane
le "avvisaglie" di possibili, futuri scontri si sono viste in contesti
molto diversi e distanti tra loro: dall’Indonesia all’Uzbekistan, dal
Senegal alla Bolivia… Se non si prenderanno decisioni tempestive e radicali,
le premesse non inclinano certo a un facile ottimismo.
Ebbene. Ora che lo «"tsunami" silenzioso» (così l’ha infine
definito anche l’"Economist"), sta bussando anche alle nostre porte
e ai nostri notiziari, non possiamo non salutare con favore il fatto che – per
lo meno – l’opinione pubblica si stia accorgendo delle dimensioni e della
gravità del problema, dei numeri "sconvolgenti" che stanno dietro
tale crisi che, se non affrontata, si tradurrà in "catastrofe
umanitaria".
È di ieri la notizia dell’ennesimo "record" del prezzo del riso, l’alimento
più diffuso in moltissime parti del mondo povero, quello dove si vive con un
dollaro (o meno) al giorno. Ed è sempre di ieri la terribile stima sul
raddoppio incombente delle persone a rischio "fame". Le stesse
"multinazionali" (è il caso di "Nestlé") hanno lanciato l’allarme;
persino negli "Usa" arriva l’onda lunga della crisi, che ha portato
la catena "Wal-Mart" a imporre un limite di acquisto (non più di 4 a
persona) sulle confezioni di riso per arginare il
"rischio-accaparramenti".
Anche i "media" di casa nostra, troppo spesso assetati di vicende che
sconfinano nel "macabro", stanno scoprendo il "serial
killer" più temibile: la "fame". «Morire di fame», titolava
ieri "L’Espresso", mettendo in copertina l’immagine di una bambina
africana dallo sguardo penetrante.
Finalmente. Finalmente ci si accorge che, nel mondo, sta accadendo qualcosa di
drammaticamente importante. Che ci riguarda terribilmente. Certo non meno
importante del "pasticcio-Alitalia", del "derby Rutelli-Alemanno",
dei guai di Totti o delle speranze di Del Piero per gli "Europei"...
Non è molto, si dirà. Quante volte in tv abbiamo visto scene
"raccapriccianti" di guerre, carestie, alluvioni? Con quali reazioni?
Quante volte siamo stati "investiti", come lettori o telespettatori,
da un’onda emotiva nell’apprendere una delle tante tragedie che affliggono
il pianeta, eppure siamo andati avanti per la nostra strada?
Oltre che il cuore, occorre – in questo caso più che in altri – mettere in
gioco l’intelligenza. Se una parte consistente dell’umanità si trova alle
prese col più drammatico dei problemi – cosa mettere sotto i denti domattina
– questo non può non interrogare tutti. Indistintamente. Prima che a
motivazioni "imparentate" con la solidarietà, dobbiamo ispirarci a un
criterio di "lungimiranza" e, in ultima analisi, di
"realismo". Se tanti stanno male oggi, domani l’umanità intera
rischia di stare meno bene. Dovremmo averlo imparato, in tempi di "globalizzazione"
spinta: il destino è comune, gli "squilibri" di una parte del mondo,
presto o tardi innescano "ripercussioni" che toccano anche quanti
pensano d’essere al sicuro, chiusi nella loro "cittadella". Non è
così. Siamo ancora in tempo per darci un futuro diverso, insieme. A patto di
volerlo: la Terra dispone di beni a sufficienza per tutti, basta distribuirli
con altre "logiche".