Rendere le procedure meno costose

RITAGLI     Adozioni internazionali.     MISSIONE AMICIZIA
Serve un "tagliando" alla legge

Bimbi del Bangladesh, gustando un po' di cibo...

GEROLAMO FAZZINI
("Avvenire", 3/7/’08)

L’adozione internazionale in Italia? È a metà del "guado"; ha fatto progressi ma ancora presenta molti aspetti problematici.
Che riguardano tanto l’aspetto "culturale" che quello "politico" del fenomeno. È l’impressione che si ricava da una ricerca del "Centro Studi" dei "matrimonialisti" italiani, i cui risultati sono stati diffusi in questi giorni. La buona notizia è che il numero di bambini adottati dall’estero nel nostro Paese è in crescita, seppur lieve: lo scorso anno sono stati 3.420, ossia 232 in più del 2006. E nei 12 anni precedenti le adozioni mai avevano superato quota 2.800. Detto questo, quanti tra i lettori non conoscono una coppia italiana in attesa di un figlio "dall’altro capo del mondo"? Se è vero che sono aumentate le adozioni andate a buon fine, è cresciuta notevolmente la "domanda".
Col risultato che alcuni enti autorizzati negli ultimi mesi si sono visti costretti a sospendere nuove richieste da parte di coppie. Come uscirne, allora?
L’associazione dei "matrimonialisti" propone «l’assoluta semplificazione dell’"iter" burocratico, partendo dallo "snellimento" della prima fase di valutazione sulla idoneità della coppia». Una proposta, a nostro giudizio, solo parzialmente accettabile. Occorre fare di tutto, non v’è dubbio, per liberare da "intoppi" e lentezze eccessive l’"iter" burocratico, così da rendere alle coppie (che già debbono sottoporsi a un "forcing" psicologico non da poco) il cammino più sereno possibile. Ma guai se – nel difficile equilibrio fra desiderio di un figlio da parte della coppia e bisogno di una famiglia da parte del bambino – prevalesse il primo "piatto" della bilancia. Purtroppo in questi anni si sono verificati un numero di fallimenti adottivi che inducono a una prudente valutazione dei meccanismi di selezione. Un secondo dato su cui riflettere. Se confrontiamo l’Italia col resto dell’Europa, non c’è da farsi prendere da "soverchi" entusiasmi. A parte la Spagna, che anche su questo fronte ci batte, guidando la classifica con una percentuale "record" (13,41 % di domande ogni 100mila abitanti), nei primi 9 posti, prima dell’Italia al decimo, troviamo 5 Paesi nordici, l’Irlanda e la stessa Francia. Paesi di impostazione culturale e politica diversa, ma che evidentemente hanno messo in atto meccanismi tali da incentivare il ricorso a questa forma di "genitorialità" alternativa. Questo non può non far riflettere. Oggi come oggi, infatti, in troppi casi l’ostacolo economico rimane per tante aspiranti famiglie adottive un problema insormontabile. E ciò è scandaloso, se pensiamo alla posta in gioco: assicurare affetti stabili e un futuro a un "cucciolo d’uomo" che ne è privo. Forse non si potrà arrivare in breve tempo a quanto chiedono gli avvocati "matrimonialisti", ovvero «l’eliminazione totale dei costi di tali adozioni, che dovranno essere affrontati direttamente dallo Stato italiano». È un fatto, però, che sarebbe ipocrita affermare di battersi contro la "denatalità", per la vita e la famiglia e non predisporre nel concreto interventi mirati, di tipo fiscale, per alleggerire in modo significativo i costi che le famiglie debbono sostenere per l’adozione.
Allargando – così – il raggio dei potenziali candidati e, di riflesso, il numero dei bambini da sottrarre agli istituti. Sono trascorsi ben 15 anni da quando il nostro Paese ha aderito alla
"Convenzione dell’Aja", 10 da quando l’ha ratificata. Nello stesso anno, era il 1998, veniva istituito l’elenco degli enti autorizzati che oggi ne comprende ben 64. Ebbene, in vista di un "tagliando" sull’adozione internazionale – per purificarla e rilanciarla – , perché non intervenire anche su questo fronte, con una verifica serrata della qualità dei servizi, della serietà degli operatori, del livello di trasparenza nell’operare "in loco"? Anche questo è incentivare un’autentica cultura dell’adozione; anche questo va in direzione del bene delle famiglie e dei figli che ne "dilateranno" gli spazi.