ANNIVERSARIO

RITAGLI      Bose: 40 anni di spiritualità cristiana      MISSIONE AMICIZIA

Era il 6 agosto del 1968, quando Enzo Bianchi e un gruppo di amici
fondarono una nuova "fraternità monastica" sulle colline piemontesi.
Qui uomini e donne di diverse confessioni religiose si dedicano all’ecumenismo
e alla riscoperta dei Padri della Chiesa.

La freccia sulla pietra ci porta verso Bose...

Porta d'ingresso al Monastero di Bose!

Gerolamo Fazzini
("Avvenire", 2/8/’08)

Della Comunità monastica di Bose si è detto e scritto molto (forse troppo, direbbero i suoi stessi membri). Il priore, Enzo Bianchi, è probabilmente uno dei maestri spirituali più ascoltati di oggi. Autore di decine di volumi, oltre che collaboratore o direttore di riviste specialistiche, apprezzato conferenziere, opinionista per quotidiani cattolici e "laici" (e da qualche tempo ricercato anche dai "talk show" televisivi), si è distinto lungo gli anni per una certa "parresia", ovvero la «franchezza» evangelica che caratterizza in genere i suoi interventi, spesso forti, talora scomodi.
La cerchia delle amicizie di Bianchi e della Comunità comprende esponenti significativi di varie Chiese cristiane e vescovi di vari Paesi.
Di Bose è nota l’innovativa formula monastica (uomini e donne sotto lo stesso tetto, appartenenti a confessioni cristiane diverse) e l’originalità della proposta spirituale, che abbina il desiderio di farsi «compagnia agli uomini del nostro tempo» alla pervicace riscoperta dei tesori di spiritualità della tradizione, a cominciare dai Padri della Chiesa.
Forse quel che non tutti sanno è che la Comunità di Bose sta per festeggiare - a modo suo, ovvero nella discrezione - i suoi primi quarant’anni. Era il 6 agosto 1968 quando un gruppetto di sette persone, unite da un legame di amicizia spirituale, decide di stabilirsi in località Magnano, alle «Buche» ("Bose" in dialetto locale), un villaggio sulle colline tra Ivrea e Biella fin lì disabitato. Per intraprendere un’avventura di cui allora era impossibile immaginare gli approdi.
Il 6 agosto i cristiani festeggiano la Trasfigurazione di Gesù: una festa particolarmente cara alla tradizione ortodossa ed è noto quanto Bose si sia specializzata nel recupero e nella valorizzazione della spiritualità orientale. I convegni annuali di spiritualità ortodossa di settembre rappresentano un appuntamento importante, ancorché non manchino i critici che addebitano a Bose una «simpatia eccessiva», quasi accondiscendente, per il Patriarcato di Mosca. Sta di fatto che l’apertura ecumenica è nel "Dna" della Comunità dalle origini e verrà ribadita con forza anche in un importante "meeting interconfessionale" sul tema del martirio in programma a fine ottobre.
La Trasfigurazione è una festa che rimanda alla bellezza, tema a lungo dimenticato nel vissuto della cattolicità. Bose l’ha prepotentemente riscoperto, fino a farne uno dei cardini della sua identità. Chi oggi visita il monastero non può non restare colpito dall’armonia che vi si respira: dalla semplicità dell’architettura alla cura delle celebrazioni, dal calore dell’ospitalità all’intensità delle meditazioni proposte, senza cedimenti al lezioso o all’artefatto.
Ma la Trasfigurazione è anche la festa della missione che nasce dalla contemplazione: agli Apostoli estasiati che vorrebbero piantare tre tende, il Maestro replica di scendere a valle. Similmente, per Bose si può parlare di una Comunità che, plasmata dall’ascolto della Parola nel silenzio e nella preghiera, vuole aprire gli orizzonti all’umanità per ospitarne dentro sé, in qualche modo, ansie e gioie. L’apertura universalistica che si respira a Bose è uno dei suoi elementi costitutivi: è normale essere invitati a pregare per le Chiese di
Cina o dell’Africa, così come è frequente incrociarvi missionari di vari istituti e provenienze intenti a gustare pace e silenzio. Eppure il priore, Enzo Bianchi, ha ben chiari i limiti «strutturali» di una esperienza monastica come quella da lui avviata. Tant’è che, in un’intervista in uscita su "Mondo e Missione", spiega di non voler impiantare nuove fondazioni (oltre a quelle esistenti, a Gerusalemme e a Ostuni) per non «esportare» un monachesimo di impronta "eurocentrica". Oggi da Bose passano migliaia di persone ogni anno: giovani e non, credenti e atei, gruppi "scout" e "manager" in pensione. Ancorché oggetto di qualche polemica o di prese di distanza, di fatto il "messaggio" di Bose è diventato una risorsa per la comunità ecclesiale.
Sarà da ringraziare la "lungimiranza" di alcune persone (tra queste il cardinale Michele Pellegrino, arcivescovo di Torino) se ciò si è verificato. Perché non si può certo dire che Bose sia nata in anni tranquilli. Inizialmente il vescovo di Biella aveva proibito ogni celebrazione liturgica a Bose, presso la cascina risistemata da Enzo e pochi amici. Troppo fuori dagli schemi il progetto coltivato da quell’Enzo Bianchi, ex studente di Economia, che l’8 dicembre 1965 aveva iniziato a vivere in solitudine lì, pregando, studiando e lavorando i campi, col sogno di realizzare una "fraternità monastica" di nuova concezione. In realtà, pur venendo da un ambiente "caldo" come l’Università di Torino, attorniato da giovani di varia estrazione confessionale - alcuni dei quali diverranno altrettanti "leader" della contestazione studentesca - il futuro priore di Bose, allora venticinquenne, non cede alle "sirene" del progressismo cattolico né taglia i ponti con la Chiesa. Al contrario, dà vita a un percorso originale, ancorché faticoso: «non rinuncia a perseguire ostinatamente la sua ricerca di coniugare realismo e profezia, istanze evangeliche e obbedienza alla gerarchia», come osserva acutamente Roberto Beretta nella sua recente ricostruzione del "Sessantotto" dei cattolici dal titolo "Cantavamo Dio è morto". Una scelta coraggiosa, al punto - continua Beretta - «da lasciare sconcertati persino gli amici con il suo rifiuto di cadere nelle trappole dell’ideologia».