Molte tra i 188 "Beati" di Lunedì

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la "Chiesa Giapponese" non esisterebbe

La Cattedrale di Nagasaki, in Giappone...

Gerolamo Fazzini
("Avvenire", 20/11/’08)

Che cos’ha da dire alla "Chiesa universale" la cerimonia di Lunedì durante la quale, nello "Stadio" di Nagasaki, verranno proclamati 188 nuovi "Beati"? Quale il significato e l’attualità di una "pagina" di storia cristiana di quattro secoli fa?
Non è questo il primo gruppo di "Martiri Giapponesi" ad essere proposto alla "venerazione" dei fedeli. Più volte sono stati elevati agli altari vittime della "persecuzione" dei secoli XVI e XVII, il breve "secolo cristiano" del
Giappone, compreso fra l’arrivo del primo "Missionario", San Francesco Saverio (1549), e il "martirio" di Pietro Kibe (1639).
Stavolta, però, alcune novità significative rendono particolare l’evento alle porte. «Questa è la prima volta che non solo la cerimonia di "beatificazione" viene tenuta in Giappone, ma che tutti i "Martiri" beatificati sono Giapponesi», ha spiegato
Monsignor Takeo Okada, Arcivescovo di Tokyo. E se nelle cerimonie precedenti l’iniziativa era stata degli "ordini religiosi", stavolta il lavoro di preparazione può definirsi "Made in Japan".
Qualcuno è arrivato a dire che nelle celebrazioni di Lunedì prossimo non manca una punta di "nazionalismo", un (peraltro legittimo) orgoglio non privo di sfumature "campaniliste". Può essere. E tuttavia un evento quale la "beatificazione" di un folto gruppo di cristiani "autoctoni" appare un segno importante nel processo di crescita e consapevolezza di una Chiesa locale. A maggior ragione, questo è vero osservando il "profilo" dei candidati agli altari: la maggior parte dei "Martiri" sono persone che vivevano vite "ordinarie" nelle famiglie come "samurai", mercanti e artigiani. In altre parole Pietro Kibe e i suoi 187 "compagni" rappresentavano tutti gli "strati sociali" della società Giapponese di quel tempo. Un numero consistente di essi, va poi ricordato, sono donne. E non è un fatto da poco, se anche la "Conferenza Episcopale" locale afferma: «Ci siamo resi conto che senza le donne la "Chiesa Giapponese" di oggi non esisterebbe». Proprio questi "cristiani ordinari" sono stati i protagonisti silenziosi della grande "fioritura" di fede verificatasi a cavallo del "Seicento": il "seme" della fede cristiana, infatti, venne accolto da migliaia di persone appartenenti alla classe degli "heimin", i "cittadini comuni", al punto che nel 1619, all’alba della grande "persecuzione", in Giappone si contavano ben 300mila cattolici. Molti di essi avrebbero poi dato testimonianza della loro fede pagando il prezzo del "martirio". Con un coraggio e una serenità d’animo tali da stupire i loro stessi "evangelizzatori", i "Missionari" stranieri.
È in quella fede provata nel "fuoco", in quella medesima tenacia, di una comunità di credenti "risorta" dalla prova del "martirio", il segreto della vitalità della "Chiesa Giapponese". Una Chiesa che nel 1945 – non dimentichiamolo – fu letteralmente "colpita al cuore": a Nagasaki, "teatro" della celebrazione di domani, la "bomba atomica" in pochi secondi annientò i due terzi della fiorentissima "comunità cattolica" locale. Una Chiesa, quella Giapponese, che – pur camminando immersa nella "temperie" della "post-modernità" – continua a testimoniare il "fascino" di Cristo agli uomini di ogni cultura.
Ecco, allora, la preziosa "lezione" che il «piccolo gregge» del Giappone (mezzo milione di cattolici su una popolazione di 126 milioni) porta in dote alla "comunità universale" dei credenti: non c’è Chiesa, per quanto numericamente esigua, che non possa «dare della sua povertà». E ancora: il "seme" dei "martiri" non è sparso invano, presto o tardi genera nuovi cristiani.