LA CRISI IN "MEDIO ORIENTE"

Racconti "discordanti" sull’azione dei soldati di Tel Aviv.
«Ci hanno solo fermato, senza farci male». «Le mie tre bimbe uccise a "sangue freddo"».
Tutti concordano nelle critiche al proprio "Governo".

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Già avviata la "ricostruzione". Ma le "ferite" sono profonde.
Nella «capitale» ripartono le "attività commerciali" e riaprono le scuole,
nelle altre zone urbane l’attacco israeliano ha provocato distruzioni più "pesanti".
E la gente accusa "Hamas".

Bimbi tra le macerie, dopo gli attacchi a Gaza... Una madre con il figlio in una strada di Jabaliya, nella Striscia di Gaza!

Da "Gaza City", Federica Zoja
("Avvenire", 24/1/’09)

Il "dopo guerra", nella "Striscia di Gaza", ha svariati volti. A "Gaza City", è già cominciato. A soli cinque giorni dal "cessate il fuoco" "unilaterale" israeliano, riprende frenetico il traffico automobilistico nel centro città, riaprono i negozi, i ristoranti, il mercato. Gli "uffici pubblici" danno i primi timidi segnali di riavvio delle attività, mentre alcune scuole, diventate "centri di evacuazione" per le famiglie "sfollate" durante il conflitto, si svuotano lentamente dei propri ospiti, indirizzati verso nuovi punti di "ricovero". E gli insegnanti si preparano a fare ripartire al più presto le lezioni, forse già oggi. Gaza città volta pagina e cerca di andare avanti, affidando lo sgombero dei "detriti" a squadre di giovani uomini – per la maggior parte "barbuti" – , fin dalle prime ore del giorno impegnati a liberare le strade dalle "macerie" dei palazzi governativi "sventrati" dagli attacchi aerei israeliani. Ma è sufficiente lasciarsi alle spalle per pochi chilometri il principale centro urbano, in direzione Nord, per scoprire un altro volto della "tregua". Quello immobile e traumatizzato di Beit Lahia e Jabaliya, affollati "agglomerati", già segnati da miseria e mancanza di prospettive prima dell’inizio della guerra. Costernati e abbandonati alla loro sorte, gli abitanti scavano con le mani in mezzo ai resti degli edifici, si arrampicano fra gli "scheletri" di quelle che un tempo erano palazzine di tre o quattro piani, "bivaccano" nelle automobili e nelle tende. «Non si è ancora visto nessuno – lamenta Adel Mizan, "accampato" insieme ai propri familiari sul bordo della strada, nel cuore di Izbet Abdo Rabo, a Jabaliya – . Dov’è il "Governo"? Nessuno è venuto a portarci conforto. "Al-Fatah" o "Hamas" sono la stessa cosa, non è cambiato niente, siamo sempre soli». E racconta dell’avanzata terrestre di "Tsahal", l’esercito di Tel Aviv, preceduta da un’"avanguardia" di alcuni soldati: «Non c’è stata "resistenza" di alcun tipo – assicura – , abbiamo abbandonato le nostre case tutti insieme, sulla strada principale. Neanche il tempo di raccogliere i nostri documenti. Mia zia, che abitava poco più in là, ci ha messo troppo e non ce l’ha fatta». Il suo corpo è stato ritrovato tre giorni dopo, sotto le "macerie". Seif Abu Seif, invece, è stato catturato e tenuto prigioniero dai soldati israeliani: «Ma nessuno mi ha fatto del male – tiene a precisare – . Cercavano gente di "Hamas", capisco un po’ di ebraico e riuscivo a seguire le loro discussioni. Eravamo in cinque, ci hanno spostato in un altro palazzo più lontano. Poi, finita l’offensiva in questa area, ci hanno lasciato andare». Ma non tutte le storie sono a lieto fine, a Izbt Abdo Rabo. La famiglia che dà il nome al quartiere è stata duramente colpita: fra le vittime, tre bambine dai quattro ai dieci anni, uccise davanti agli occhi dei genitori, di fronte a casa.
Senza spiegazione. Diverse le testimonianze che confermerebbero il fatto, su cui si dovrà però indagare. «Due soldati erano fuori dai "tank", a terra, masticavano caramelle e patatine – racconta "straziato" Mohammed, padre delle piccole, trent’anni – . Parlavano fra loro, poi un terzo è sceso dal "tank" e ha sparato». La gente si affolla intorno a lui e lo sostiene. E scende il silenzio sui suoi "singhiozzi". Intorno, lo scenario "apocalittico" di pali della luce e tronchi di albero sbalzati verso il cielo e rimasti incastrati nel "groviglio" dei fili dell’elettricità riflette l’intensità dell’attacco israeliano "via terra", mirato a individuare i "guerriglieri" di "Hamas" nascosti nelle case dei "civili". «In questa casa ce n’erano tre», riferiscono gli abitanti del quartiere, ma nessuno si assume la responsabilità delle proprie "dichiarazioni". E soprattutto, quando a qualcuno sfuggono dettagli sull’organizzazione "logistica" della "resistenza", la precisazione è d’obbligo: «Non erano di qua. Non li conoscevamo. Venivano da un’altra zona della "Striscia"».
Nessuno ha voglia di parlare apertamente del "nemico interno" che gli abitanti di Gaza devono combattere ogni giorno, quel "movimento di resistenza" che sta portando alla rovina un milione e seicentomila persone. Si rischiano "ripercussioni" e vendette: «Ma "Hamas" sa che la gente non può sopportare più di questo – commenta un "gazawi" ("abitante di Gaza", "ndr") di Jabaliya a bassa voce – , non c’è consenso che tenga di fronte a tanta "devastazione". Lo sanno e rispetteranno la "tregua"». La "prova del nove" sarà la "ricostruzione". Gli aiuti, per il momento, sono scarsi e mal distribuiti, forse anche strumento di "speculazione". Il conforto, psicologico e materiale, è affidato al personale di "Medici senza Frontiere" e a quello della "Croce Rossa", dislocati nei punti più colpiti dalla guerra. Quanto ai "centri di evacuazione", è l’assistenza di base ad essere fornita: «Veniamo da Beit Hanoun (cittadina nel Nord-Est della "Striscia", con una popolazione di oltre 35.000 persone), non c’erano altre "strutture" nei nostri paraggi – racconta Nouf Abu Deir, "frastornato" al termine della prima giornata trascorsa in un "centro di accoglienza" di Jabaliya – . Ho sette figli e sono "disoccupato". Non abbiamo più niente, né passato né futuro». I responsabili della "struttura" non gli permettono di lasciarsi andare allo "sconforto" e lo rassicurano. Potrà rimanere nella "struttura" quanto vuole.