Incontrare il mondo

RITAGLI     C’ERA UNA VOLTA     MISSIONE AMICIZIA

Il viaggio in India di un gruppo di "Giovani e Missione", raccontato da Anna.

Anna Fele, felice tra i  bimbi indiani!

Anna Fele
("Missionarie dell’Immacolata", Novembre 2007)

Se dovessi trovare un inizio alla mia favola, l'espressione più consona, anche se "inflazionata", che userei è la seguente: "C'era una volta il PIME...", quel "PIME" che per tanti anni ho frequentato e che frequento tuttora. Rimanevo affascinata dai missionari e dalle missionarie che lasciavano tutto per andare in Paesi lontani ad annunciare la lieta novella: ma sgomberando il campo dagli entusiasmi che sono parte dell'inizio di un cammino, con la preghiera e una buona dose di fiducia, sono diventata consapevole che più profonde sono le motivazioni che spingono ad una simile scelta. Dall'ascolto di se stessi e degli altri nasce il desiderio di trovare il volto di Cristo nell'ultimo, di stare con Lui povero e sofferente, di prendere coscienza che quel Crocifisso è anche il Risorto. Sono partita così alla volta dell'India, non solo con il bagaglio che raccoglieva i miei effetti personali, ma con l'intento di essere qualcuno con motivazioni precise, definite, sicure.

Ahimè, ben presto avrei dovuto abbandonare i miei progetti di occidentale forte, su cui si può contare. Appena varcata la soglia dell'aeroporto di Mumbay mi sono sentita fuori posto, sola e debole, e rimanevo a rimuginare sulle rovine dei miei propositi. L'India, terra di odori pregnanti e colori cangianti, riduceva in cenere tutti i miei romantici pensieri. Sono stata ospitata dalle "Missionarie dell'Immacolata" all'"Ospedale Dermatologico Vimala", un centro per "hanseniani", emarginati dalla società indiana a causa della loro malattia e curati proprio dalle missionarie. Il Vimala comprende anche un ostello che accoglie bambini poveri, non necessariamente cristiani, cui viene consentito di studiare e di sperare in un futuro dignitoso.

Dopo un breve periodo, trascorso facendo il conto alla rovescia dei giorni che mancavano per tornare in Italia, con tutto il gruppo di giovani partiti con me, ci siamo spostati più a sud, nello stato dell'Andhra Pradesh. Abbiamo visitato altri centri, organizzati più o meno come il "Vimala": una struttura ospedaliera che accoglie i malati e un'altra in cui sono ospitati bambini o ragazze a cui si insegna un mestiere, secondo progetti elaborati dalle suore e dai laici.

Ma l'"icona" del mio viaggio è racchiusa nella visita dell'ospedale per malati di Aids sieropositivi, di cui si occupa Sr. Alfonsa. Qui tutto ha cominciato a precisarsi: quel Gesù che cercavo mi stava aspettando! La sofferenza mi camminava di fianco, la morte abitava in quell'ospedale, fatto anche del lavoro delle suore, che ogni giorno si adoperano per alleviare il più possibile quel dolore.

Mi sentivo sola, avevo voglia di scappare, a chi potevo appoggiarmi? Dov'era il Signore?

E proprio in quei giorni Sr. Alfonsa aiutava tre bambini a nascere. La luce, la vita si facevano prepotentemente strada, in quel luogo che fino a quel momento mi aveva fatto vedere solo morte e disperazione. Queste nuove nascite, insieme alle visite ai villaggi con le suore che si occupano di realizzare programmi per evitare il contagio dell'Aids, la gioia con cui venivamo accolte e le feste che ci facevano i bambini mettendoci al collo collane di fiori, mi hanno aiutata a trasformare Gesù da un'idea a una persona presente in tutti quelli che avevo di fronte e a corrergli incontro.

Oggi, rileggendo questa esperienza, dico grazie a Sr. Alfonsa, a Sunami, a Chamu, a Pinky, a Sr. Tessy e a tutti quelli che con la loro vita mi hanno "convertita"; non nel senso che sono diventata più buona, ma più consapevole che è vero che esiste la croce con il suo dolore e che essa rappresenta il "ponte" per la Resurrezione.

E a chi volesse pensare al missionario o al giovane che compiono una scelta per gli ultimi come a delle persone "super", allontani un simile pensiero: donare Gesù significa fare i conti anche con la propria umanità che tuttavia, per quanto limitata e peccatrice, racchiude un grande tesoro, Cristo, che per farsi conoscere ha bisogno di grandi respiri!

Le favole terminano sempre così: "... E vissero felici e contenti!". La mia favola non è ancora finita, dovrò attraversare boschi, visitare castelli, farmi accompagnare da gnomi e fate, convivere con streghe cattive e scansare le lingue di fuoco di spaventosi draghi... Ma cos'è tutto questo in confronto alla gioia di incontrare il "principe azzurro"?