A Roma: il "neo-presidente" del
"Pontificio Consiglio per la Cultura"
e il direttore del «Foglio» in un "faccia a faccia" in Laterano
per
i «Dialoghi in cattedrale»,
presentati dal cardinale Ruini; a tema l’ultimo libro di Benedetto XVI.
Ferrara:
io, ateo devoto,
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credo nella fede del Papa in Gesù
«La mia ragione mi dice così il suo limite.
Se non lo riconoscessi, sarei padrone della mia vita e della morte».
Giuliano Ferrara
("Avvenire", 14/11/’07)
Se il Papa ha scritto un libro su Gesù ci deve essere un motivo. La Chiesa
è già un libro vivente su Gesù, dipende da Gesù come il corpo dalla testa.
La Chiesa segue Gesù, testimonia per lui e in lui attraverso la fede, le opere,
la carità, i sacramenti e soprattutto la liturgia.
Tutto nella Chiesa si fonda sulla parola di Gesù annunciata nel Vangeli, che
per la Chiesa sono i primi e definitivi libri in cui Gesù si trova e, in parte,
enigmaticamente si nasconde. La Chiesa è la "tipografia universale"
di Gesù, cura da sempre l’ortografia del racconto che lo riguarda, Gesù è
la sua "A" e la sua "Zeta". La Chiesa legge da due millenni
anche i libri più antichi della fede ebraica, l’Antico Testamento, alla luce
di quelli più recenti. Nella parola di Cristo Gesù e dei suoi apostoli, nelle
Lettere e negli Atti, la Chiesa ritrova e riconosce come suo anche il patrimonio
comune degli ebrei, il gran libro di Mosè, la sua legge, e i salmisti e i
profeti e tutto il resto della Bibbia, tutto il resto di quei libri che
diventano patrimonio comune di ebrei e cristiani. In apparenza, dunque, i libri
su Gesù sono già stati scritti. Secondo la Chiesa, che sposa storia, teologia,
filosofia e profezia, perfino le Sacre Scritture degli agiografi, che scrivevano
secoli prima della nascita di Gesù di
Nazaret, riguardano il suo avvento. E allora? Perché il Papa ha scritto
un libro su Gesù?
La risposta la dà lui stesso in modo apparentemente molto semplice. Il Papa,
che è un teologo e un filosofo e uno storico, ha voluto dare un contributo
personale alla ricostruzione del volto del Signore. E il suo contributo è di
una semplicità inaudita: il Papa
Benedetto XVI, che con una doppia firma in quanto autore si qualifica
anche come Joseph Ratzinger, non si limita a credere nel Gesù dei Vangeli,
aggiunge qualcosa alla sua fede, aggiunge che la figura di Gesù Cristo è
logica, è storicamente sensata e convincente, solo se esaminata e per così
dire razionalmente argomentata alla luce dei Vangeli. Senza argomentazione
razionale, senza ricorrere criticamente al metodo storico, Gesù diventa un’astrazione
interiore, perde il contatto con il tempo, con la storia, con il creato, con l’umanità
e con il suo "ethos", con la vita e con il suo significato, diventa
una figura evanescente separata dalla realtà dell’essere e dall’essere
della realtà. Non si capirà mai che cosa volesse dire quando disse: «Io
sono». Ma con il puro metodo storico si possono formulare solo ipotesi su
Gesù, ipotesi che si contraddicono, che stanno irrimediabilmente nel passato.
(...) A questo punto potreste obiettarmi: e tu che c’entri con il libro del
Papa, se il libro del Papa è quello che tu dici? Come fai a entrare in un
discorso sul Figlio del Dio vivente se non credi? E la mia risposta è questa.
La mia ragione mi dice il suo limite. Se non lo riconoscessi sarei padrone della
mia vita e della mia morte, sarei un "nichilista". La mia ragione mi
dice che sono un credente, sebbene non disponga di una fede personale e
confessionale praticamente vissuta. Credo nel concetto matematico e fisico di
infinito, che segna il mio limite e lo descrive. Credo che mio padre e mia madre
non siano l’origine biologica del mio "Dna" ma un semplice e
irrisolto mistero d’amore. Credo che l’altro, la persona umana o anche solo
il suo progetto o anche solo il suo ricordo, sia titolare di diritti che sono al
tempo stesso i miei doveri, e che questo ciclo della delicatezza e del rispetto
tra le generazioni sia stato messo a punto, nella sua massima perfezione, dentro
la civilizzazione cristiana del mondo. Credo che non tutto sia negoziabile e
relativo. Ed è già un bel credere, ve lo assicuro.
In più credo nella fede degli altri, la rispetto e la amo, in un certo senso la
desidero. L’inesistenza della mia fede non mi porta a considerare la fede,
anche e soprattutto la fede dei semplici, dei piccoli, come una variante della
superstizione o del fanatismo. Se poi la fede degli altri mi si presenta con il
vigore e la passione razionale di un magnifico libro di teologia, se il sapere
della fede e la fede nel sapere di un Papa mi insegnano qualcosa di prezioso che
attraversa la storia ma non la esaurisce e in essa non si esaurisce, crescono a
dismisura la mia inquietudine, la mia curiosità e la mia fiducia.