SANGUE IN "MEDIO ORIENTE"

Lo scrittore israeliano è contrario all’azione delle "forze di terra":
«È stato giusto intervenire, non c’era scelta.
Tutti quei "missili" sulle nostre città del Neghev,
quell’"allarme" continuo, quello "stillicidio" di paura quotidiana.
Non era "tollerabile". Ora però non si vada oltre».

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«Adesso dobbiamo fermarci»

«Non bisogna smettere di tentare di arrivare alla "pace".
L’Egitto vuole una soluzione del "problema" di Gaza. I "sauditi" vogliono una soluzione,
la Giordania vuole una soluzione, non siamo soltanto noi a cercare una "via d’uscita"».

Soldati israeliani, nell'attacco di terra alla Striscia di Gaza...

Auto in fiamme, durante i combattimenti a Gaza!

Dal nostro inviato a Tel Aviv, Giorgio Ferrari
("Avvenire", 4/1/’09)

«Enough, enough!», "basta, basta"... «È stato giusto intervenire, non c’era scelta, non si poteva far altro, tutti quei missili sulle nostre città del Neghev, quell’allarme continuo, quello "stillicidio" di paura quotidiana, mesi e mesi così, non era possibile tollerarlo. Ora però bisogna fermarsi, non si può andare oltre...». Voce critica della società israeliana, il settantaduenne Abraham B. Yehoshua è stato fra i primi a giustificare l’intervento dell’"aviazione" a Gaza. Ma ora, all’inizio dell’intervento "di terra", l’autore di «Fuoco amico» (tragico e "profetico" romanzo sulla perdita di un congiunto e sulla ribellione interiore che ne segue) dice che Israele avrebbe dovuto fermarsi. Lo incontriamo in una Tel Aviv già accesa di "insospettabili" colori di primavera.

Sta per iniziare una "guerra vera", Signor Yehoshua. Lo sa?

Io mi auguravo che le "forze di terra" non entrassero nella "Striscia".

Perché?

Perché sarebbe un disastro incalcolabile in termini di vite umane da ambo le parti e finiremmo per essere nemici per l’eternità, noi e i palestinesi.

Già non è così?

No, non ancora. Nonostante le manifestazioni di "solidarietà" che ci sono state in Cisgiordania, a Gerusalemme, nel Nord.

Erano palestinesi che protestavano per la morte di altri palestinesi...

È vero, ma direi che c’è una differenza sostanziale fra "solidarietà" e "feeling". La prima la si può provare o anche ostentare secondo "convenienza", il "feeling" è qualcosa di più profondo. E nel "West Bank" prevale la rabbia nei confronti di "Hamas", non la complicità. "Hamas" ha procurato ai palestinesi soltanto danni, ha ritardato un possibile "processo di pace", ha scavato "fossati" profondi tra gli "arabo-israeliani" e Israele.

"Hamas" è stata eletta democraticamente…

Anche Hitler e Mussolini vennero votati democraticamente. Io amo dire che "democrazia" non è necessariamente sinonimo di "saggezza".

Abu Mazen probabilmente la pensa così...

Abu Mazen ha motivi molto concreti per rimproverare "Hamas". I suoi dirigenti hanno enormi responsabilità per quello che è accaduto. Sbaglierò, ma sotto la crosta sottile di quella "solidarietà" di cui parlavo c’è la convinzione, anche da parte palestinese, che Israele abbia fatto l’unica cosa che poteva nell’iniziare la guerra "dal cielo".

Una guerra che sta diventando "guerra vera", "di terra"...

Ripeto, quello è un errore.

Che cosa non è stato fatto, cosa è mancato? L’America? L’Europa?

Il ruolo di George W. Bush si è esaurito, quello che può aver detto e fatto in queste ultime settimane ha un effetto molto limitato. Quello di Obama è ancora nel "limbo": ha suscitato molte speranze, ma deve ancora agire, non sappiamo quello che potrà fare davvero. Anche l’Europa ha avuto "mani legate" e poco margine di manovra. Ma non bisogna smettere di tentare. L’Egitto vuole una soluzione del problema di Gaza, i "sauditi" vogliono una soluzione, la Giordania vuole una soluzione, non siamo soltanto noi a cercare una "via d’uscita".

Nei suoi romanzi "aleggia" spesso il «ruach refaim», quello «spirito dei morti» che a volte tormenta, altre volte consola. Lo sente anche adesso, in questi giorni "convulsi"?

Un po’. È la voglia di "normalità" di cui tutti abbiamo bisogno e che purtroppo a intervalli regolari viene meno. E per qualcuno poi – penso alle città di confine con Gaza, per mesi, per anni sotto l’incubo dei "razzi" – è quasi una "chimera".

Lei si considera un "pessimista"?

Io mi considero un "ottimista cronico".

Dia una "ricetta" per la pace…

Non ce l’ho. Ma bisogna provarci sempre, comunque, senza mai smettere.

Ha dei figli?

Ho anche dei nipotini, sono un nonno.

Faccia loro un "augurio"…

Di non dover mai vivere con la paura e di non dover più convivere con la violenza. Un "sogno"?