Da Trieste all’Aquila col pensiero dell’Iran

RITAGLI     Messa a punto l’"agenda"     MISSIONE AMICIZIA
per un "G8" promettente

Giorgio Ferrari
("Avvenire", 28/6/’09)

Il "G8" dei "Ministri degli Esteri" che si è chiuso ieri pomeriggio a Trieste ha messo in luce come al "regime" di Teheran stia evidentemente più a cuore un clima da "guerra fredda" piuttosto che un atteggiamento diplomaticamente più proficuo, com’è quello del "dialogo". Già la risoluzione finale degli "Otto" aveva smussato, su pressioni della Russia, la forte critica alle violenze perpetrate nelle strade delle città iraniane da un "regime" imbarazzato e indebolito da un esito elettorale molto dubbio. Ma dall’altro capo del mondo il Presidente Ahmadinejad non tardava ad accusare i Paesi Occidentali di un complotto ai danni della "Repubblica islamica", minacciando di trascinarli "per la collottola" davanti a un "tribunale internazionale".
È questa l’unica vera macchia sull’"agenda" altrimenti eccellente del "G8" triestino. Per la prima volta dopo lungo tempo gli otto Paesi "leader" hanno affrontato coscienziosamente i molti temi legati al
"Medio Oriente", al "Continente Asiatico" e all’Africa, passando dalla "road map" per raggiungere una pace duratura in Palestina (nella doppia prospettiva di fermare gli "insediamenti" israeliani in cambio del "disarmo" nei territori "occupati") al problema della "pirateria" nel "Corno d’Africa", dalla stabilizzazione dell’area "afghano-pakistana" al dramma della povertà in Africa, dalla non proliferazione delle "armi nucleari" (con particolare riferimento alla minaccia costituita dal "riarmo" della Corea del Nord) fino alla messa al bando di ogni tipo di arma di "distruzione di massa".
Il "G8" dei Ministri, come sappiamo, ha una funzione prevalentemente propositiva, in quanto sono poi i Capi di Stato e di Governo ad assumersi le responsabilità delle decisioni finali. Ma l’"agenda" messa a punto in questi giorni a Trieste, che verrà recepita nella sua interezza fra pochi giorni a
L’Aquila, è un indicatore prezioso sulla strada da seguire.
È inutile nascondersi tuttavia che sugli esiti del "vertice", di qualunque "vertice", grava il "nodo" afghano. I Paesi della "Nato" – gli stessi che ieri si sono ritrovati a Corfù per un faccia a faccia con la Russia – sono alla ricerca di una soluzione politica e di una futura "exit strategy" per l’
Afghanistan, così come è stato fatto per lIraq.
La sola "opzione militare" non basta e non basterà mai. Dal 2008 a oggi la "guerriglia talebana" si è fatta sensibilmente più aggressiva, attentati e scontri si sono moltiplicati, aumenta il numero delle vittime e non passa giorno senza che anche i militari italiani vengano presi di mira e coinvolti in scontri a fuoco.
A questo proposito Mosca ha lanciato un avvertimento: «La
"Nato", ha detto il Ministro degli Esteri Lavrov, rischia di impantanarsi nel "pasticcio" afghano». Oltre ad avere ragione, i russi ne sanno qualcosa: la fallimentare invasione sovietica alla fine non portò alcun risultato apprezzabile e provocò migliaia di morti frustrando le ambizioni "espansionistiche" di Mosca. Ma il rappresentante dell’"Unione Europea" a Kabul, Ettore Sequi, intravede un ulteriore pericolo: il rischio cioè che nel "dopo-elezioni" per le "presidenziali" di Agosto l’Afghanistan precipiti nella stessa "sindrome" iraniana, con un voto popolare dubbio e delegittimato da una parte del Paese. Per questo il "G8" ha positivamente accolto l’invito del Presidente Karzai ai "talebani" perché abbandonino la violenza, non disertino le urne e rendano credibili le elezioni.
Perché – come tutti sanno e non a caso temono, da Teheran a Kabul – soltanto un’iniezione di "democrazia" può sconfiggere i "fondamentalismi".