Il "G8" un indubbio "successo" politico e organizzativo

RITAGLI     La "formula" chiude alla grande.     MISSIONE AMICIZIA
Il futuro è l’"inclusività"

Giorgio Ferrari
("Avvenire", 11/7/’09)

Il "G8" che si è chiuso ieri a L’Aquila con un indubbio successo politico, "diplomatico" e organizzativo e con una ricaduta d’immagine di cui il nostro Paese aveva sicuramente bisogno rischia di essere ricordato come il "canto del cigno" di un mondo fondato sulle "ideologie" e gli schemi del "Novecento", in procinto d’essere soppiantato da un mondo nuovo, i cui equilibri sono e saranno molto diversi da quelli a cui eravamo avvezzi. E non stiamo alludendo solo al fatto che gli stessi protagonisti del "vertice" sono i primi ad ammettere – pur con diverse sfumature – come questa formula in auge da 25 anni sia ormai superata e che un "G14" appare decisamente più consono alla realtà planetaria e più attrezzato ad affrontarne le sfide. Il "vertice" aquilano – al di là delle oggettive conquiste in termini di lotta alla povertà e di sicurezza alimentare con stanziamenti che hanno superato di ben 5 miliardi di dollari gli "ammontari" messi in preventivo (l’Italia concorrerà con 450 milioni), dell’accentuarsi dell’attenzione alla dimensione sociale, dell’impegno contro le "armi nucleari", dello sforzo di tracciare nuove e più sicure regole per i "mercati finanziari" – si segnala infatti a nostro parere per due novità, solo apparentemente in conflitto fra loro. La prima è che la voce di paesi come la Cina e l’India, "giganti" demografici e da anni ormai anche economici, si è fatta sentire spezzando il cerchio dei riti e delle consuetudini "occidentali" con una serie di "veti" che hanno finito per attrarre il consenso di una vasta parte di quelle nazioni "emergenti" – dall’Egitto all’"America Latina", dall’Indonesia al Messico – che non sono più disposte ad accettare passivamente le decisioni del ricco "club" occidentale. Ne è una riprova il mancato accordo "globale" sul clima, accolto sì dal vecchio "salotto buono" del "G8" ma respinto dai due "giganti" asiatici e dai loro nuovi alleati, il che segna la prima vera battuta d’arresto nella marcia finora "trionfale" di Barack Obama nel "ridisegno" dell’economia e della politica mondiale.
Ma c’è un rovescio della medaglia, non meno promettente: lo sfilacciarsi di un "club" oggettivamente "anacronistico" come il "G8" ("anacronistico" almeno quanto lo è l’assetto del "Consiglio di Sicurezza" dell’
"Onu", che rappresenta, come ha pubblicamente sottolineato ieri lo stesso Berlusconi a chiusura del "vertice", una realtà scaturita da una guerra del secolo scorso), l’invecchiare di istituzioni come lo stesso "Fondo Monetario Internazionale" e la "Banca Mondiale" sono il segno eloquente di un bisogno di "modernità" che preme sotto la crosta delle vecchie regole perché se ne istituiscano di nuove. Non a caso lo speculare sorgere di nuove formule come il "G14" o anche il "G20" avvicina molto più di quanto non allontani nazioni che fino a ieri stentavano a parlarsi e ad intendersi o che – è il caso dell’Africa – non venivano contemplate e non avevano voce.
Questo è il messaggio sotto traccia che ci pare di cogliere dal "summit" dell’Aquila: fronteggiare la grande "crisi" economica mondiale è una formidabile occasione per ridisegnare i rapporti internazionali.
O, come dice Barack Obama: «Credo che siamo in un periodo di "transizione". Stiamo cercando la formula giusta che combini l’efficienza e la capacità di agire con l’"inclusività"».
Parola quest’ultima di grande rilevanza e significato. Perché questo allargarsi a una pur rischiosa "collegialità" mondiale sarà probabilmente il miglior "antidoto" possibile a quella "società liquida" lucidamente teorizzata da
Zygmunt Bauman che è il vero grande "morbo sociale" che l’Occidente ha trasmesso ad ogni angolo del mondo.
Esattamente l’opposto di quanto il "G8" dell’Aquila e i "vertici" che seguiranno si sono riproposti: di mettere cioè l’uomo e la persona al centro di ogni futuro "progetto".