Verso il fallimento degli "Obiettivi del Millennio"

RITAGLI     Lotta alla povertà significa     MISSIONE AMICIZIA
"riorganizzare" l’economia mondiale

Giorgio Ferrari
("Avvenire", 26/9/’08)

Nell’anno 2000, alla svolta del "terzo millennio", i Paesi ricchi, l’"Onu", la "Banca Mondiale" si prefissarono un obiettivo "valoroso" e "ambizioso" insieme, articolato in "otto punti": dimezzare la povertà estrema e la fame, assicurare l’istruzione primaria, promuovere l’eguaglianza fra uomini e donne, ridurre la mortalità infantile e delle madri, combattere malattie che oggi "devastano" intere regioni del Pianeta, assicurare la "salvaguardia ambientale" e creare un’alleanza "globale" per uno "sviluppo sostenibile". Otto importanti "obiettivi" che costituivano un "patto" a livello "planetario" fra Paesi ricchi e Paesi poveri, fondato sull’impegno reciproco a costruire, attraverso azioni concrete, un mondo più sicuro, più giusto ed equo per tutti. A sostegno di questi otto "obiettivi", l’"Onu" aveva lanciato in tutto il mondo la "Campagna" "No excuse 2015". Perché era ( e rimane) il 2015 la data stabilita, il "traguardo" che l’ottimismo che ancora esisteva nel mondo prima della tragedia delle "Twin Towers", prima dei rovinosi "Tsunami", dei "terremoti", delle "catastrofi alimentari" aveva legittimamente fissato. Anche ieri al "Palazzo di Vetro" a New York si è riaperta quell’agenda di lavoro, ma le parole del Segretario Generale dell’"Onu" Ban Ki-Moon sono state di ben altro tenore: «La crisi finanziaria innescata dai mutui "sub-prime" minaccia il benessere di miliardi di persone, soprattutto i più poveri tra i poveri». È una tremenda verità, aggravata da un’incertezza "planetaria" che non lascia presagire un futuro tranquillo per le economie dei Paesi ricchi. Paesi che sono gli inevitabili "attori primi" degli aiuti al "Terzo" e "Quarto mondo", ma che ora si dibattono al centro di una crisi economica originata negli Stati Uniti e che rischia di portare i propri effetti al di là dell’Atlantico, paralizzando le già "affannate" economie occidentali. Il tutto ci conduce a una riflessione, "banale" forse, ma inevitabile. La ricchezza va "ridistribuita". Non in modo "demagogico", certo, e nemmeno facendo la carità. Perché inviare "derrate alimentari" all’Africa è senz’altro doveroso, ma non sarà quello a farci raggiungere il "traguardo" immaginato nel 2000, quello di dimezzare la povertà e quindi la fame mondiale entro quindici anni.
"Ridistribuire" le risorse significa riorganizzare l’economia mondiale tenendo conto del "mondo povero", non escludendolo. Finora si è fatto così, "lavandosi la coscienza" con qualche elargizione, con qualche "zero virgola qualcosa" del proprio "Pil", sapendo che queste sono "gocce nell’oceano" di fronte a Paesi dove la malattia, la mancanza di acqua potabile, la carenza di alimentazione fanno "strage" di ogni programma di aiuti. Il problema va risolto "dal basso".
La
Cina, la Gran Bretagna, i "volenterosi" europei stanno meditando di annullare i debiti, di sopprimere le "barriere doganali", di far crescere quei Paesi che l’economia e la finanza inventate dall’Occidente non hanno mai lasciato crescere. La "Banca Mondiale" sta moltiplicando gli sforzi per combattere la malaria in Africa e c’è chi progetta di inviare un milione di "volontari’ laddove si muore ogni giorno. Sradicare la povertà e le "pandemie" è il compito principale.
L’esortazione nei giorni scorsi di
Benedetto XVI non è giunta per caso e a "Palazzo di Vetro" vi è stata una prima risposta.