L’informazione
è la prima forma di solidarietà.
Non basta la sede Rai in Africa: occorre far conoscere il positivo del Sud del
mondo.
Federazione
della stampa missionaria
("Mondo e Missione", Maggio 2007)
«Se la Rai ha
aperto una sede in Africa, molto lo si deve alla mobilitazione del mondo
missionario». Parola di Enzo Nucci, corrispondente Rai da Nairobi. Attivo da
alcuni mesi, il suo ufficio verrà ufficialmente inaugurato fra qualche
settimana.
Nel riportare la notizia non nascondiamo un pizzico di soddisfazione. I lettori,
infatti, ricorderanno l’iniziativa «Notizie,
non gossip», che le
riviste missionarie, riunite nella Fesmi, lanciarono nel febbraio 2006,
chiedendo un salto di qualità nell’informazione televisiva, in modo
particolare di quella offerta del servizio pubblico, i cui costi sono pagati
anche dal canone dei cittadini. Molti di voi firmarono il nostro appello e ci
scrissero messaggi di incoraggiamento.
L’appello della Fesmi e gli incontri di alcuni direttori delle testate
missionarie con i vertici Rai (prima Meocci, poi Cappon) un risultato
significativo l’hanno dunque sortito. A dimostrazione che un impegno corale
del mondo missionario - spesso incline a personalismi e divisioni - e un sano
lavoro di "lobby" possono risultare preziosi.
Vinto il primo "round", c’è ora da continuare la partita. La
soddisfazione per un traguardo raggiunto non deve abbassare il livello di
guardia. L’informazione - l’abbiamo detto e lo ripetiamo - è la prima forma
di solidarietà. Perciò riteniamo che ora si debba insistere, per alzare
ulteriormente nel pubblico italiano il tasso di consapevolezza delle questioni
internazionali e, specificamente, il grado di conoscenza della realtà del Sud
del mondo. A poco servirebbe una sede in Kenya (così come le altre aperte di
recente in India e Turchia) se poi l’approccio alle notizie e il taglio dei
servizi rimanesse quello oggi predominante, tendenzialmente sbilanciato sui
fatti negativi e clamorosi (guerre, catastrofi ambientali, ecc.) e poco capace
di cogliere i cambiamenti positivi, le novità all’orizzonte, il vissuto della
gente e la sua voglia di futuro.
In virtù dell’apertura di nuove «finestre sul mondo», ci sentiamo di
chiedere alla Rai un giornalismo che sappia far parlare le persone, che metta in
luce il positivo. Un diverso racconto dell’Africa potrebbe contribuire ad
abbattere troppi stereotipi e immagini "stantie" che ancora si
registrano sugli immigrati africani (e non solo). Potrebbe inoltre sortire
influssi sorprendenti sugli africani di casa ormai in Italia, che si
sentirebbero finalmente visti e compresi in una luce più veritiera.
C’è tutto un mondo - donne e uomini che vogliono essere protagonisti del loro
domani, una società civile in crescita, culture e tradizioni ricchissime - che
merita d’essere raccontato.
Insomma: diteci di più sulle guerre in corso e quelle dimenticate, ma non
fermatevi a quello. Soprattutto, non fatelo a notte inoltrata, in spazi che
assomigliano a "oasi" nel deserto dei palinsesti affollati di «Grandi
Fratelli» e di «Vallettopoli». A poco servirebbe una nuova sede Rai se non si
traducesse in una piccola-grande occasione per osare un nuovo stile, cambiare
mentalità. In una parola: per fare cultura.
È troppo chiedere che la direzione generale della Rai mantenga la sua promessa
di un monitoraggio sui telegiornali e la loro attenzione ai Paesi del Sud del
mondo? È troppo ipotizzare che in un futuro non lontano i telegiornali ospitino
spazi fissi di approfondimento su temi e questioni internazionali, come oggi
fanno per i motori o l’enogastronomia?
Come cittadini - prima che come rappresentanti di donne e uomini impegnati in
nome del Vangelo nei diversi continenti, a servizio delle persone di qualsiasi
etnia e religione - siamo convinte e convinti che una Rai più attenta a quanto
si muove nel Sud del mondo faccia il bene dei suoi utenti e, di riflesso,
contribuisca a renderli un po’ di più, giorno per giorno, «cittadini del
mondo».