REPORTAGE

Malgrado una situazione politica stabilizzata,
il ricordo degli scontri sanguinosissimi degli anni ’90
resta vivo nel Paese nordafricano.
Con le nuove generazioni costrette all’emigrazione
dalla disoccupazione e dalla presenza islamista.

RITAGLI   ALGERIA:   ALGERIA
essere giovani dopo l'incubo della guerra

Mohammed è sopravvissuto al massacro di Bentalha,
15 chilometri a sud di Algeri, avvenuto il 22 settembre 1997.
I morti furono 521 e più di 100 i feriti.
Suo figlio di 11 anni fu sgozzato, così come sua moglie.
Oggi è uno dei pochi a poter raccontare.

Julia Ficatier
("Avvenire", 20/8/’06)

Oggi Mohammed non sta bene. «Passo quasi sempre brutte nottate - sospira - . I ricordi, quei terribili ricordi, la notte sono lì, con me, non mi abbandonano. Sono i miei incubi!». Mohammed, che ha un "khamis" bianco (l'abito lungo tradizionale) e una corta barba, è uno dei sopravvissuti al terribile massacro di Bentalha, avvenuto nella notte del 22 settembre 1997 a partire «dalle 22.45, quando la notte è più nera, fino alle 4.45, all'alba del 23 settembre, prima del sorgere del sole», secondo orari precisi annotati da lui e dalla sua famiglia. Ci furono 521 morti e più di 100 feriti. Suo figlio di 11 anni fu sgozzato, così come la sua «cara, carissima sposa», di cui due figli maschi, Amine e Selim, conservano il mite sorriso. Nove anni dopo Mohammed, risposatosi, e i suoi sei figli, tra cui Amal novella sposa, sopravvissuti alla strage, non riescono a dimenticare. Vivono nella continua paura dei poliziotti, dei militari, non hanno fiducia in nessuno, tanto più che sono gli unici sopravvissuti ad essere rimasti nella via. Una via martire, dove i morti sarebbero stati almeno un centinaio. È ritornato solo il vecchio "Ali" (il nome è di fantasia) che era scappato da Bentalha un mese prima del massacro: «I terroristi avevano lasciato per strada corpi insanguinati che non bisognava toccare. Mio figlio si è avvicinato un po' troppo e uno di quelli che controllavano la strada gli ha sparato a una gamba. L'indomani siamo scappati. Per fortuna non ero qui la notte del massacro. Però mi hanno bruciato la casa». La strada è ancora dissestata, e sterrata; quando piove è subito un pantano. C'è una piccola drogheria gestita da un nuovo residente che, dice, «è contento di vivere qui». Alcune case, su uno o due piani, sono invase da viti selvatiche e da pergolati, il cui verde acceso prova a rallegrare la strada. Vi abitano impiegati, funzionari, che hanno potuto comprare un terreno e farsi costruire la casa. Oggi nulla distingue Bentalha da uno dei tanti quartieri della periferia di Algeri. Grazie a un mecenate, la città ha persino la sua squadra di calcio, che si barcamena in seconda divisione, nel campionato algerino. Tutto sembra tornato normale. Amine, il figlio di Mohammed che aveva 13 anni al tempo del massacro e che è disoccupato, non vuole lasciare Bentalha, «in ricordo dell'infanzia felice, di quando mia madre era viva». Ci sono giorni in cui il ragazzo, fragile, che ne ha «viste troppe», si rannicchia in se stesso. Dalla terrazza della casa di famiglia, in piedi a fianco del padre, racconta il suo calvario: «Quando "loro" sono arrivati quella notte, sono saltato dal secondo piano nel cortile dietro, mi sono rotto un piede. Ho fatto il morto, in mezzo ai cadaveri, fatti a pezzi con l'ascia, mutilati, bruciati, gettati dalle finestre. Era spaventoso!». Mohammed, agente sanitario in pensione, mostra i fichi in fiore, altissimi, sui quali lui stesso saltò dalla terrazza del secondo piano, insieme ad altre quaranta persone, uomini, donne e bambini che lo seguirono, fuggendo attraverso i cortili. Gli altri trentacinque rimasti furono sgozzati. Mohammed ha ancora in testa la parola "sgozzatori". «Ci gridavano: "Dite al vostro Dio di venire a salvarvi. Faccia in modo che non siate sgozzati! Vedete: non fa nulla"». Quelle parole fanno dire a Mohammed, che non ha smesso di pensarci: «Chi uccide chi?». «Gli assassini non erano islamisti. Non ci credo neanche un secondo, tanto più che hanno scelto le case i cui abitanti, lo sapevano, davano cibo o soldi ai gruppi armati islamisti che bussavano alla porta. Lo facevo anch'io, lo ammetto! Perché avrei dovuto rifiutarmi, io che avevo votato per il Fis (il disciolto Fronte islamico di salvezza, ndr)? Chi non apriva la porta agli islamisti è stato risparmiato». Per Mohammed il peggio è venuto quando, venti metri più in là, dopo aver corso, ha visto l'esercito appostato all'angolo, che aveva circondato il quartiere (il centro della città non era stato toccato): «Ho gridato: perché non intervenite? Mi hanno dato la risposta che, nove anni dopo, interroga tutti gli algerini: non ci hanno ordinato di intervenire! Mi ricordo un giovane soldato che si mise a urlare, a piangere, spezzando il fucile contro un muro, mentre ripeteva: perché, perché, abbiamo lasciato morire tutta quella gente? Povero ragazzo, lo avranno fatto fuori», aggiunge Mohammed. Mohammed, che con una pietruzza traccia per terra la pianta di Bentalha, con le caserme che la circondano, almeno tre, ha una certezza: «Gli "sgozzatori", almeno 200, sono stati sicuramente fatti fuori, altrimenti qualcuno avrebbe parlato, malgrado il timore delle rappresaglie. Non erano militari, ne sono certo! Erano delinquenti, trafficanti, che erano stati liberati apposta, e giovani pupilli della nazione allevati dall'esercito, come succede da noi in Algeria. Certo, venivano dallo uadi El-Harrach, attraverso gli aranceti che si trovano in fondo al campo, come i gruppi armati insediati nel cosiddetto triangolo nero. Ma non erano loro, ne sono certo». Per lui, lo grida alto e forte, «i musulmani non fanno certe cose, non sgozzano le donne e tanto meno i bambini». I responsabili, non ha dubbio, «sono i Gia, non i tristemente famosi Gruppi islamici armati, ma i gruppi d'intervento armati, che dipendevano dalla sicurezza militare, la Sm, e che hanno la stessa sigla». Non ha paura ad accusare il numero uno della Sm, Tewfik Midiène, e il suo vice, Smaïn Lamari, entrambi generali: «Ci hanno sacrificati con massacri mostruosi per farla finita con il terrorismo. Ho 58 anni e spero di vivere fino a quando quei generali se la vedranno con la giustizia, così come gli altri quindici che dirigono l'Algeria. Vedrete, accadrà». La famiglia riunita attorno a Mohammed annuisce. Tutti hanno lo stesso grido nel cuore: «Il presidente Bouteflika oggi ci chiede di perdonare in nome della riconciliazione nazionale. Possiamo perdonare i commando di "sgozzatori" che sono stati manovrati, ma non quelli che hanno programmato i massacri. È impossibile. Quelli governano ancora l'Algeria. Non li perdoneremo mai. Bisogna che sia fatta giustizia. Tutto qua».

( Traduzione di Anna Maria Brogi )